Le storie newyorkesi di cognetti

Nel Greenwich Village o a Broadway, ventidue scrittori per perdersi a New York

di Serena Uccello


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2' di lettura

New York è l’immaginario. Inutile sfuggirvi se si vive in un qualunque luogo del cosiddetto “occidente”. New York è il racconto. Sfondo, protagonista, sentimento o anima della narrazione, delle narrazioni. «Se le città fossero opere d'arte, e i secoli gli artisti che le hanno create, New York sarebbe capolavoro del Novecento. In nessun'altra quel vecchio matto ha messo così tanto di sé. In Nessuna possiamo rileggere altrettanto bene che cosa il Novecento è stato: in quali idee credeva, di quali mali soffriva, che sogno di felicità inseguiva, quali incubi lo tormentavano, che cosa ha lasciato di prezioso al mondo e in cosa è sbagliato, lasciando solo macerie».

Così scrive Paolo Cognetti nel suo New York Stories, edito per Einaudi. «Una delle tante antologie possibili», spiega lo scrittore Premio Strega che alla città e ai suoi scrittori aveva già dedicato la serie Scrivere / New York (Minimum fax) e il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn.
Un solco consolidato dunque quello della scelta antologica ma proprio per questo insidioso. Tra la tentazione di omni-comprendere e il rischio della ripetitività. Tentazione che Cognetti qui risolve, rischio che qui supera. In che modo?

L'occhio di Cognetti è tutto focalizzato sulla città, così la selezione degli scrittori è tutta funzionale a restituirne l'anima, attraverso una ricostruzione cronologica. «Di cosa è fatta allora quest'ora d'arte che chiamiamo città?», si domanda Cognetti? «Nella sostanza è fatta da chi la abita». E «New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l'ha molto desiderata, e ha dovuto combattere per farne parte».

Sono gli “anni ruggenti” delle pagine di Fitzgerald, Parker, Wolfe. A cui seguono, il primo quarto di secolo, quelli in cui dodici milioni di persone sbarcano a New York dall'Europa. Li restituiscono Miller, Soldati, Malamud, Mohr. Arrivano gli d'oro del secondo dopoguerra. “Dai quartieri ebraici di Brooklyn e del Bronx ai sobborghi della borghesia bianca, dagli uffici di Midtown ai bar del Greeenwich Village” , prende forma la scrittura di Capote, di Cheever. Sono già gli anni settanta e Washington Square ne è presto il simbolo.

«È facile vedere l'inizio delle cose, più difficile vederne la fine. Adesso riesco a ricordare, con chiarezza che mi arriccia i nervi sulla nuca quando New York iniziò per me ma non riesco a indicare a che punto finì, non riesco mai a superare le ambiguità e i ripensamenti e i propositi infranti per arrivare al punto esatto sulla pagina dove l'eroina non è più ottimista come un tempo…» . Scrive Joan Didion in Bei tempi addio.

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