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Nel laboratorio si cucina il cibo spaziale

di Ilaria Vesentini

(Paopano - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dallara sta studiando superleghe da costruire in orbita con stampanti 3D, Barilla sta sperimentando alimenti da esportare e produrre in loco sulle stazioni spaziali, Technogym sta mettendo a punto gli strumenti ginnici con cui allenare i muscoli in assenza di gravità. Dietro ai tre nomi di punta di tre distretti simbolo del “Made in Emilia-Romagna” (motori, cibo, benessere) già al lavoro per posizionarsi tra i pionieri nella nuova era economica dell’aerospazio, ci sono decine di piccole e medie realtà, non solo start up ma società consolidate, che stanno investendo in R&S per aggiudicarsi una fetta del business da 500 miliardi di dollari che la space economy genera ogni anno: la bolognese Poggipolini con le viti speciali; la ravennate Curti con l’avionica; la piacentina Mae con le fibre di carbonio; un’altra newco piacentina, C-shark, con i nanosatelliti; sempre su nanosatelliti, deployer e sistemi di deorbiting c'è l’imolese Npc Spacemind; a Ferrara la newco Meeo per l’osservazione metereologica e ambientale della terra dallo spazio; e in Romagna Studiomapp per la geointellicence satellitare. Il centro studi di Intesa Sanpaolo aveva contato una trentina di aziende attive nell’aerospazio nel 2019 in regione, per oltre 100 addetti, ma il numero sta crescendo velocemente: «Stiamo raccogliendo proprio ora i profili di tutte le società che compongono l’attuale offerta regionale nel settore, una sorta di atlante che pubblicheremo entro fine anno», annuncia Leda Bologni di Art-Er, la società consortile dell’Emilia-Romagna per l'Attrattività, la ricerca e l'internazionalizzazione del territorio.

E c’è un nome nuovo che si prepara a uscire dai corridoi accademici e a debuttare sul mercato, pronto a giocare un ruolo chiave nello spacefood internazionale: G-astronomica, la start up nata all’Università di Modena e Reggio Emilia, un progetto che mette insieme i dipartimenti di Ingegneria e di Scienze della vita - con i centri di ricerca En&Tech e Biogest-Siteia - per sviluppare «prodotti e servizi innovativi per mangiare (bene) nello Spazio», recita il claim. «Abbiamo firmato il protocollo di intesa che sancisce il via ufficiale di G-astronomica poco prima delle ferie agostane, la sede è stata allestita all'interno del Tecnopolo di Reggio Emilia e c'è già un team di una decina di persone», spiega Francesco Bombardi, professore di Design al dipartimento di Ingegneria dell'UniMore e co-direttore del Master in Design for food del Politecnico di Milano, ideatore e coordinatore del progetto in cui ha messo a frutto i risultati e le idee raccolte con i suoi studenti negli ultimi due anni di lezioni e sperimentazioni in aula sull'“italian design for space food”. «Al Tecnopolo vogliamo far crescere un hub con ambizioni internazionali su cui far convergere diverse competenze disciplinari e aziende, guidate dalla cultura del progetto connaturata al design, quindi con una regia interdisciplinare, partendo dall'assunto che nessun'altra terra al mondo ha i nostri saperi e la nostra tradizione nelle preparazioni agroalimentari – precisa Bombardi – e le dobbiamo valorizzare per costruire una proposta innovativa e di valore dedicata ai futuri abitanti dello spazio, un cibo che unisca aspetti nutrizionali, emozionali, culturali che appaghi la vista e il palato».

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Ora mancano le risorse finanziarie per realizzare il primo traguardo concreto che G-astronomica si è posta: presentare nel giro di 12 mesi la prima food box italiana prototipata, un pasto completo da assaggiare in versione spaziale. Facile a dirsi, più complesso da farsi, racconta il designer. La ricetta del tortellino va modificata perché la percezione del gusto in assenza di gravità è alterata, la parte volatile-olfattiva è inibita e i sapori vanno accentuati; per conservare i cibi bisogna soppesare sotto-vuoto, liofilizzazione, precottura o coltivazione del prodotto fresco in orbita; bottiglie e bicchieri terrestri non funzionano.

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