La crescita del food

Nel Paese delle Dop emergono le nicchie

Il primato delle denominazioni d'origine spinge le imprese con produzioni di qualità. Al Sud le performance migliori

di Micaela Cappellini


3' di lettura

L’Italia è la regina delle denominazioni protette: il nostro Paese è il primo al mondo per quantità di produzioni a indicazione geografica. In Italia il cibo Dop vale 5,9 6 miliardi di euro, mentre i vini Doc e Docg invece ne valgono 5,6. E sono un business sempre più in crescita: non a caso, nella classifica Leader della crescita 2020, c’è chi produce e commercializza olio extravergine d’oliva Dop, come Carmela di Caro a Trapani, che si è classificata 227esima nella Top400 edizione 2020; e c’è chi invece fa formaggi di latte di pecora a indicazione geografica garantita, come Latterie di Sardegna, che si è classificata 121esima.

L’ultimo rapporto annuale degli Stati generali della Green Economy, presentato questo mese a Rimini alla fiera Ecomondo, ci dice che in Italia le denominazioni protette sono 822, di cui 299 nel comparto del Food (Dop, Igp, Stg) e 523 in quello del vino (Doc, Docg e Igt): rappresentano il 27,3% delle 3.010 denominazioni complessivamente registrate in Europa e costituiscono un numero sensibilmente superiore a quello della Francia (685) o della Spagna (329). Nei 275 Consorzi di tutela autorizzati, che presiedono alle Dop e alle Igp italiane, lavorano oltre 197mila operatori e il loro fatturato aggregato è cresciuto del 2,6 per cento.

Sempre in Europa, l’Italia ha un’altra medaglia, questa volta d’argento: dietro alla Spagna, è il secondo Paese per superfici coltivate col metodo biologico. Proprio il biologico e le Dop sono oggi tra i principali driver della crescita dell’agroalimentare italiano. Rispetto soltanto a dieci anni fa, in Italia le superfici coltivate con metodo bio sono aumentate del 70%, tanto che oggi la superficie agricola biologica rappresenta il 15,4% di quella totale. Senza ricorrere ai pesticidi oggi lavorano più di 75mila imprese, con un incremento del 5,2% rispetto al 2016. Le aziende agricole biologiche rappresentano il 4,5% di quelle totali. L’Italia, inoltre, è uno dei Paesi europei più ricchi di biodiversità, con una flora costituita da oltre 6.700 specie e una fauna composta da circa 58.000 specie. Un elemento, questo, che certamente ha contribuito tanto alla nascita delle Dop quanto allo sviluppo dell’agricoltura biologica.

Quanto alle modalità di acquisto, seppur con più lentezza rispetto al resto d’Europa anche in Italia sta avanzando il canale online. Secondo gli ultimi dati raccolti da Netcomm, nel nostro Paese oggi 9 milioni di persone comprano generi alimentari online: un comparto che vale 1,6 miliardi di euro e che nell’ultimo anno ha registrato una crescita del 42%, trainato dalle consegne di pasti a domicilio.

Nel mondo a comprare cibo online sono oltre 1,5 miliardi di persone, per un giro d’affari di 58 miliardi di euro. In Europa sono 167 milioni: 9 milioni in Italia, ma il doppio nel Regno Unito o in Germania. Nel nostro Paese il comparto del Food&Grocery online - che vale solo il 5% sul totale dell’e-commerce B2C - ha dunque ampi margini di crescita.

Ma dove cresce di più, la produzione agroalimentare italiana? A sopresa, gli ultimi dati dicono che è al Sud: +5,4% negli ultimi tre anni, contro il 4,4% messo a segno dalle imprese alimentari settentrionali. A certificarlo è l’Ismea, che insieme a Federalimentare e a Fiere di Parma ieri a Salerno ha presentato il rapporto sulla competitività dell’agroalimentare nel Mezzogiorno, dove il comparto oggi vale 19 miliardi di euro e dà lavoro a 378mila imprese. Queste aziende danno impiego a 668mila lavoratori, pari a circa il 10% di tutti gli occupati al Sud. Più della metà delle imprese alimentari nel Mezzogiorno si concentra su tre comparti: quello delle conserve vegetali (che rappresentano il 30% del totale di settore), quello del latte e dei formaggi (16%) e quello della pasta e delle farine (12%). A crescere più velocemente, però, sono altre produzioni: la filiera dell’olio (+21%), quella dei prodotti da forno (+18%) e quella del caffè e del cioccolato (+14%).

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