il graffio del lunedì

Nel pazzo derby di San Siro l’Inter ribalta il Milan e aggancia la Juve

<br/>Anche il Napoli non ride. La squadra di Gattuso al San Paolo perde 3-2 col Lecce, un Lecce trainato da un pirotecnico Lapadula (autore di una bella doppietta)

di Dario Ceccarelli


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(Epa)

4' di lettura

Ma che meraviglia, questo pazzo derby di San Siro. Tra qualche anno, quando un altro Inter-Milan si giocherà in un nuovo stadio dalle curve futuribili, questo incredibile 4 a 2 per la squadra di Conte verrà ricordato con una targa speciale per le straordinarie emozioni che ha suscitato lasciando increduli sia i vincitori che i vinti.

Troppi colpi di scena, troppi rovesciamenti di fronte. Una partita da manicomio. Adrenalina pura. Basti pensare che il Milan, sorprendente per intensità di gioco, aveva chiuso il primo tempo con due gol di vantaggio (Rebic e Ibra) senza che l’Inter riuscisse a capire in quale strano film dell’orrore fosse finita. Un’Inter spenta, quasi molle, davanti a un Milan d’altri tempi, con Ibrahimovic che giganteggia propiziando di testa il primo gol di Rebic e firmando, sempre di testa, il secondo.

Due a zero e tutti nello spogliatoio con Antonio Conte, stravolto, che guarda nel vuoto come un pugile suonato. Cosa sia successo nell’intervallo non si sa, né cosa abbia detto Conte al suo esercito in rotta. L’unica cosa certa che i 75 mila spettatori che affollano San Siro nella ripresa vedono un altro film. Completamente diverso. Con l’Inter che in tre minuti riacciuffa il Milan. Prima con una secca fucilata di Brozovic, poi con un rasoterra di Vecino che sorprende tutta la difesa rossonera ferma per un sospetto fuorigioco. Due reti ben costruite, ma facilitate dalle ingenuità degli uomini di Pioli. Che infatti poi se ne lamenterà.

Da qui in avanti la non più gioiosa macchina da guerra del Milan si sfalda lasciando l’Inter padrona del campo. La squadra di Conte, uscita dall’incubo, ritorna ad essere la squadra affamata di vittorie che conosciamo. Anche perchè la Juventus caduta a Verona, è ormai a portata di mano in vetta alla classifica. E infatti ecco l’aggancio. Il terzo gol viene da una spettacolare inzuccata in torsione di De Vrji che sorprende perfino il suo autore. La botta finale, di testa, la sferra Lukaku, ancora una volta ringraziando la generosa difesa del Milan ormai completamente in bambola.

Ma ormai i giochi sono fatti. Pochi minuti prima il vecchio Ibra aveva colpito il palo con un’altra inzuccata. Poteva essere il 3-3, ma ormai il destino di questo strano derby è segnato. Dalla polvere all’altare. L’Inter vince il derby e acchiappa la Juventus in testa alla classifica a quota 54. Un’Inter da scudetto? Ibrahimovic dà un’ultima stilettata: «No, non è da scudetto», dice con rabbia a fine partita lo svedese. Si vedrà. Di sicuro è un campionato straordinario.

E la Lazio, che passa a Parma con una rete di Caicedo, è terza con un solo punto di distacco. Tutto insomma può ancora succedere.
Ma ora bisogna per forza parlare della Juventus, materia incandescente da maneggiare con cura. Nella “Fatal Verona” la squadra di Sarri ha senza dubbio mostrato il peggio. Una cosa brutta: senza anima, senza grinta, senza quella cattiveria agonistica cui la Juventus (soprattutto quella di Allegri) ci ha sempre abituato.

Non basta avere uno straordinario Ronaldo che ti manda in vantaggio portando a dieci le sue partite di fila in gol. Dopo l’exploit di CR7 ci voleva una squadra decisa, capace di chiudere il match sfruttando il contropiede. Invece la Juve, intimidita dalle unghiate dei veronesi, si fa rimontare come una qualunque, non quella squadra che punta a vincere scudetto e Champions, cioè l’unico vero obiettivo per cui Sarri è arrivato a Torino.

È una brutta battuta d’arresto, questa di Verona, perchè mette in crisi tutto il progetto di Sarri. Ronaldo è una grande risorsa, non una stampella. Non può vincere sempre da solo. Dove è il famoso “sarrismo” che avrebbe dovuto mostrare miracoli a gennaio? Siamo a febbraio, è quello bianconero è un carnevale senza coriandoli. Ora qualcuno tirerà in ballo Allegri. È inevitabile. Messo alla gogna per la sua scarsa spettacolarità, il cinico Max giustamente ride. O sorride. Ben sapendo che il calcio è quasi sempre un rebus dove neppure un trio di platino come Ronaldo, Higuan e Dybala dà alcun certezza. A Verona si è vista troppa presunzione (i tocchettini leziosi di Bentancur e di Pjanic sono l’immagine stessa dell’arroganza senza forza), poca convinzione. Se gli input di Sarri non arrivano ai device bianconeri, un motivo ci sarà. Non sono tutti scemi.

Forse le sue idee sono troppo complesse per un blocco di giocatori abituato a un altro calcio. Manca sintonia, e non basta dire, come fa Sarri, che «lasciamo punti per troppa leggerezza». Grazie, mister, lo avevamo capito da soli. Chi non ha testa, ha gambe dice un vecchio proverbio. Ecco, in questa Juve, Ronaldo a parte, mancano tutte e due. Sarà bene ritrovarle entrambe. Soprattuto per la Champions.

Anche il Napoli non ride. La squadra di Gattuso al San Paolo perde 3-2 col Lecce, un Lecce trainato da un pirotecnico Lapadula (autore di una bella doppietta). I partenopei perdono male. Con troppi svarioni della difesa, uno scarso (eufemismo) apporto dei nuovi acquisti del mercato invernale e tanti errori dei suoi bomber polacchi. Altro che risalita dagli inferi, qui si va giù di nuovo nel girone dei dannati. Vero che l’arbitro Giua ne inventa una delle sue, non dando un palese rigore a Milik (per giunta ammonito) e ignorando che all’epoca del Var forse è meglio farsi aiutare dalla tecnologia quando da soli non ci si arriva. Ma perchè poi tanta presunzione? C'è questo strumento, usiamolo. Far la voce grossa, come Giua, quando poi si prendono queste cantonate, non fa bene agli arbitri. E crea confusione in un campo già minato dalle troppe polemiche.

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