ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl piano di ripresa e resilienza

Nel Recovery plan 6 miliardi per il «pacchetto infanzia»

Con gli interventi si stima nel 2026 un aumento del 4% dell’occupazione femminile, a marzo al 47,5%. Per l’imprenditoria solo lo 0,17% dei fondi

di Valentina Melis

3' di lettura

Un investimento da 4,6 miliardi negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia, 960 milioni per estendere il tempo pieno e le mense scolastiche, il completamento della riforma dell’assegno unico per i figli, 400 milioni per sostenere l’imprenditoria femminile e 10 milioni per creare un sistema di certificazione della parità di genere nelle imprese.

Sono queste le principali misure alle quali il Piano nazionale di ripresa e resilienza inviato dal Governo a Bruxelles affida il difficile compito di invertire la rotta sul fronte dell’occupazione femminile, precipitata a marzo al 47,5% (contro il 65,8% dei maschi) e della denatalità: nel 2020, con 404mila nati, l’Italia registra ufficialmente un calo del 30% delle nascite rispetto a 12 anni prima (dati Istat del 3 maggio). La relazione virtuosa tra lavoro femminile e natalità è dimostrata peraltro dal confronto con gli altri Paesi europei, come la Francia, i Paesi Bassi o la Svezia, dove a un impegno maggiore delle donne sul fronte professionale, corrisponde anche un più alto tasso di fertilità.

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Più reddito disponibile per la famiglia e più servizi per la cura di bambini (e anziani) sono dunque la chiave per uscire da una spirale perversa nella quale le carenze o i costi eccessivi sul fronte dei servizi determinano anche la minore occupazione delle donne. Le analisi economiche dimostrano infatti che l’offerta di servizi accessibili e di qualità riduce il “salario di riserva” delle madri, cioè il limite di retribuzione sotto il quale una madre non va a lavorare perché non è conveniente lasciare il proprio figlio alle cure di altre persone.

Alle azioni più mirate sull’infanzia, sull’occupazione femminile e sulla tutela delle donne nelle aziende, il Pnrr affianca anche altri investimenti, che potrebbero avere tra gli altri effetti - secondo la logica del piano - quello di alleggerire il carico di cura che grava sulle donne. Si tratta ad esempio dei 3,3 miliardi investiti nella riforma dell’assistenza agli anziani non autsufficienti, con un potenziamento dei servizi domiciliari, e dell’estensione della digitalizzazione nella Pa, che potrebbe favorire, con lo smart working, un maggiore accesso delle donne al lavoro, anche in posizioni qualificate, con la chance di poter conciiare meglio gli impegni professionali con quelli familiari.

Il Pnrr, che vale 235,12 miliardi di fondi da spendere fra il 2021 e il 2026 (tra Recovery and resilience fund, 191,5 miliardi, piano React Eu, 13 miliardi, e fondi nazionali aggiuntivi, 30,62 miliardi) ipotizza che l’occupazione femminile al 2026, grazie alle misure adottate, aumenti di 4 punti percentuali, che significa circa 372mila posti di lavoro in più rispetto a oggi.

È chiaro che la chiave del successo sarà nell’attuazione pratica degli investimenti previsti, cioè, come al solito, nei dettagli. Bisogna capire, cioè, se la distribuzione dei nuovi 228mila posti previsti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia (in realtà nella fascia di età fra 3 e 6 anni la copertura è già del 95%, quindi i problemi veri sono nella fascia 0-3 anni, con una copertura del 25,5%) sarà tale da garantire un servizio efficace anche nelle zone d’Italia dove oggi i nidi sono quasi assenti. Se quasi tutte le province emiliane e romagnole, ad esempio, superano i 33 posti ogni 100 bambini fra zero e due anni, raggiungendo quindi la soglia minima di copertura richiesta dall’Europa (peraltro nel lontano 2002), ci sono province dove neanche un bambino su dieci ha a disposizione un posto al nido: Trapani (9,7%), Napoli (8,9%), Ragusa (8,7%), Catania (8,1%), Palermo (8%), Cosenza (7,7%), Caserta (6,6%), Caltanissetta (6,2%, fonte «Asili nido in Italia», Osservatorio Openpolis-Con i bambini). Un altro divario da coprire - mediamente del 13,8% - è tra i posti nell’asilo nido nelle grandi città e quelli nei Comuni delle aree interne.

La copertura delle spese correnti per la gestione dei nuovi posti in asilo, poi, è esclusa dal Pnrr, che contempla solo gli investimenti. Ma è un punto cruciale per garantire l’accesso ai servizi per tutte le famiglie.

Sul fronte dell’assistenza domiciliare agli anziani, è poi da dimostrare quanti posti di lavoro femminili potranno “liberarsi” da una maggiore quantità di servizi: dipende da quante ore di assistenza saranno previste per famiglia.

Quanto ai fondi per l’imprenditoria femminile e per la certificazione della parità di genere, forse, si poteva fare di più: 410 milioni su 235 miliardi rappresentano lo 0,17% di tutte le risorse in campo.

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