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Nel tribunale Usa arriva l’avvocato robot: debutto in aula il 22 febbraio

Per la prima volta un chatbot consiglierà un imputato via cuffiette davanti al giudice: «Facciamo la storia»

di Pierangelo Soldavini

Epa

2' di lettura

La data è stata fissata, ma il luogo resta misterioso. L’avvocato robot basato su intelligenza artificiale farà il suo debutto il 22 febbraio prossimo in una causa legata a una multa stradale.

Ad annunciarlo è stato il Ceo di DoNotPay, Joshua Browder, in un tweet: «Facciamo la storia. Per la prima volta un robot rappresenterà un cittadino in un tribunale Usa», ha affermato indicando da e ora - il 22 febbraio all’1,30 PM - ma non il luogo o il nome del cittadino che farà ricorso all’assistenza legale robotica, per evitare il rischio di interventi preventivi.

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Casi minori ma è un inizio

Ma già altri casi seguiranno di lì a poco, sempre in causa di entità minore, dove non è obbligatoria la presenza di un avvocato difensore, in quella che comunque si presenta come l’avvio di una rivoluzione. DoNotPay ha creato infatti un sistema di intelligenza artificiale in ambito giuridico che si sta facendo le ossa da un paio d’anni elaborando le storie di cause a non finire.

L’imputato si presenterà con cuffiette connesse con il chatbot - , manco a farlo apposta basato su Gpt-3 di Open-AI, quello utilizzato per l’Ai conversazionale di ChatGpt -, che attraverso l’app scaricata sullo smartphone potrà sentire domande e rilievi dell’accusa, consigliandolo su come rispondere. Il tutto in tempo reale.

«La legge è una combinazione di codice e linguaggio, è quindi rappresenta lo use case perfetto per l’intelligenza artificiale», ha affermato Browder, che punta a sfruttare l’Ai per aiutare quell’80% di imputati che negli Stati Uniti non possono accedere all’assistenza legale.

Lo stesso Browder è intenzionato a scalare i gradi della giurisdizione Usa con il suo esperimento, dicendosi pronto a pagare fino a un milione di dollari per assistere chiunque abbia una causa in arrivo davanti alla Corte Suprema Usa.

Lo stesso sistema è stato messo alla prova nella discussione di casi più di uso quotidiano, sempre però in ambito di contestazione. Tenendo fede al claim a favore dei consumatori contenuto nel suo brand, l’intelligenza artificiale di DoNotPay (“Non pagare”) è stata sperimentata il mese scorso.

Così il chatbot si è fatto le ossa mettendo in discussione una bolletta di Comcast per la connessione internet, contestandone la qualità e minacciando azioni legali. Nel demo postato da Browder, sempre su Twitter, il chatbot usa toni abbastanza secchi ed esagera i danni subiti, esattamente come farebbe una persona di fronte al customer service di una utility.

Do Not Pay sostiene che le enfatizzazioni dei toni saranno smussate nella versione definitiva, che - promette - sarà molto educata e utilizzerà toni ben più pacati. Intanto il chatbot di DoNotPay ha ottenuto uno sconto mensile di dieci dollari, dimostrando una buon mix di competenza tecnica e capacità dialettica, che ora sarà messa alla prova in aula.

Solo un consulente (per ora)

L’intelligenza artificiale in ambito giuridico è già stata introdotta, ma dall’altra parte, come giudice, per la formulazione delle imputazioni, come in Cina, o per valutazioni sulla base di parametri precisi. Funzionalità semplici che però aprono questioni etiche enormi, come sempre quando si tratta di decisioni che coinvolgono direttamente persone.

Per il momento, comunque, l’intelligenza artificiale funziona anche in questo caso da consulente, la decisione finale spetta all’essere umano.

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