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Nell’abuso edilizio sulla proprietà indivisa conta l'attività svolta e non lo status parentale

Condanna per il rimaneggiamento di una costruzione abitativa, perpetrato invece con molta probabilità dal fratello

di Camilla Curcio

(Adobe Stock)

2' di lettura

In caso di reato edilizio, il legame parentale con il committente dei lavori non può determinare la responsabilità del proprietario dell'immobile che non abbia partecipato attivamente all'opera abusiva. Lo ha precisato la terza sezione penale della Cassazione che, con la sentenza 27199/22, depositata il 14 luglio, ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna, condannata per il rimaneggiamento di una costruzione abitativa, perpetrato invece con molta probabilità dal fratello.

Allineandosi al verdetto del giudice di primo grado, la Corte d'appello aveva inflitto 1 anno di arresto e 30 mila euro di multa all'imputata, settantottenne, che ha quindi impugnato la sentenza in Cassazione per l'annullamento.

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La ricorrente sosteneva di essere semplicemente la comproprietaria degli immobili indivisi in oggetto e di non aver gestito nessuna fase delle operazioni, dettaglio confermato dal fatto che non risiedesse lì e non fosse mai stata vista dirigere i lavori. Un'incombenza di cui, invece, si sarebbe occupato in prima persona – stando a una testimonianza - un fratello, fatta eccezione per il rifacimento della pavimentazione del terrazzo e di un parapetto di recinzione che, seppur utilizzati come servitù di passaggio verso l'appartamento del figlio in quanto esterni alla sua unità immobiliare, erano da considerarsi gli unici due rimaneggiamenti a lei addebitabili. Entrambi, secondo la norma, non vincolati alla richiesta di un'autorizzazione paesaggistica ma solo a una semplice denuncia di inizio di attività, in quanto modifiche a uno stabile preesistente.

Il proprietario «estraneo»

La Suprema Corte ha reputato infondate le motivazioni della ricorrente. Secondo un precedente di legittimità (Cassazione, 47083/22) il proprietario “estraneo”, ossia privo delle qualifiche di committente, titolare del permesso di costruire o direttore dei lavori, può essere reputato responsabile di reato edilizio «purché risulti un suo contributo soggettivo all'altrui abusiva edificazione». Di conseguenza, qualora non abbia la disponibilità dell'immobile, non può essere ritenuto colpevole solo in base al legame di sangue o al vincolo di convivenza che intrattiene con chi si è occupato di soprintendere ai lavori. Occorrono, infatti, «ulteriori elementi sintomatici della sua partecipazione, anche morale, alla realizzazione del manufatto, come la presentazione della domanda di condono edilizio, la presenza sul posto, lo svolgimento di un'attività di vigilanza o l'interesse alla realizzazione dell'opera».

Sulla tenuità del fatto

Quanto, invece, alla pretesa non punibilità per tenuità del fatto – altro motivo di ricorso -, secondo i giudici di piazza Cavour la sentenza d'appello non è censurabile poiché fondata sull'evidenza di un intervento abusivo consistente. Le costruzioni, infatti, si trovano nel centro urbano e in una zona sottoposta a vincolo paesaggistico, sismico e idrogeologico. IInfine, in merito all'assenza di documentazione per gli interventi di cui si era occupata l'imputata, non si trattava in realtà di adeguamenti che non implicassero manomissioni o alterazioni della conformazione del paesaggio, e pertanto esenti da licenze. Dalla descrizione delle opere emergeva una trasformazione importante del territorio interessato che avrebbe obbligatoriamente richiesto il permesso di costruire.


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