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Nell’anno dei dazi il surplus della Germania batte tutti (anche le regole)

Battute Cina, Giappone (e le regole Ue). Le tensioni sulla guerra commerciale e l’arretramento del Pil nel secondo trimestre del 2019 non hanno impedito di chiudere ancora al primo posto nella classifica dei saldi delle partite correnti

di Vito Lops

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3' di lettura

Nel 2019 la Germania ha sperimentato un trimestre (il secondo) in recessione sfiorando di capitombolare anche nel terzo (a quel punto si sarebbe trattato di recessione tecnica). E ha sperimentato gli effetti collaterali delle tensioni tra Usa e Cina sul fronte dazi (che hanno creato non poche difficoltà ai titoli dell’auto tedesca, fortemente esposti in Cina). Ma nonostante questo la Germania ha registrato per il quarto anno di fila il più grande surplus mondiale in termini nominali, con un saldo positivo delle partite correnti (flusso di beni, servizi e investimenti) pari a 293 miliardi di dollari (circa 262 miliardi di euro).

I dati - comunicati in anteprima da Reuters sulla base dei calcoli dell’istituto di statistiche tedesco Ifo - vedono al secondo posto il Giappone (con un saldo positivo di 194 miliardi) e al terzo la Cina (183 miliardi).

La classifica in rapporto al Pil
Se in termini assoluti la Germania guida questa classifica da ormai quattro anni, in rapporto al Pil il primato ha una vita ancora più lunga. Come evidenzia il Grafinomix di giornata è dal 2009 che la Germania ha superato la Cina. Allo stesso tempo non va dimenticato che a partire dal 2011 il saldo delle partite correnti tedesco è superiore al 6% del prodotto interno lordo. Da allora non è mai sceso sotto questa soglia. Tra il 2015 e il 2017 si è attestato sopra l’8% per confermarsi lo scorso anno in area 7,6%.

Secondo Christian Grimme, economista dell’Ifo, al risultato - in crescita rispetto al 7,3% del 2018 - hanno contribuito «le maggiori esportazioni verso gli Stati Uniti a causa del deprezzamento dell'euro e il brusco aumento nella seconda metà dell’anno delle esportazioni verso il Regno Unito». Al contrario il calo del Pil tedesco nel secondo trimestre spiega la «forte riduzione delle importazioni di beni intermedi».

Le regole europee
Va tenuto conto che l’Unione europea a partire dal 2011 ha introdotto la Macroeconomic imbalance procedure (Mip), un griglia di 28 indicatori a cui i Paesi dovrebbero attenersi tanto per far quadrare meglio i conti interni, tanto nel rispetto degli altri Paesi che appartengono alla stessa area economica. Tra questi rientrano anche delle soglie sul saldo delle partite correnti (current account balance): stando alla Mip un Paese Ue non dovrebbe avere un saldo superiore al 6% del Pil nella media a tre anni. Vale anche l’opposto, ovvero per quei Paesi che si indebitano troppo con l’estero (sostanzialmente importano molto più di quanto esportano). La soglia massima di deficit in questo caso è fissata al 4% (sempre nella media a tre anni).

Le critiche alla “locomotiva” tedesca
Il Fondo monetario internazionale - istituito nel 1945 con, tra gli obiettivi statutari, quello di impedire che si creino squilibri commerciali nel mondo considerando che, per quanto grande, il pianeta resta un’economia chiusa - e la Commissione europea hanno sollecitato per anni la Germania, la più grande economia europea, a fare di più per sollevare la domanda interna e le importazioni come un modo per ridurre gli squilibri economici globali e stimolare la crescita altrove. Dalla sua elezione, anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha più volte criticato la forza delle esportazioni tedesche.

A questi livelli di surplus, e peraltro così reiterato, continuare a definire l’economia tedesca una “locomotiva” rischia di essere profondamente inesatto. È vero che un’economia forte è in grado di creare e - trainare, quello che appunto fanno le locomotive - un certo indotto e quindi le economie satelliti. Ma considerando i dati in tutta la loro ampiezza e nella spietata logica dell’algebra, un Paese che ogni anno esporta (ovvero assorbe ricchezza da altri che si indebitano acquistando i suoi prodotti e servizi) molto più di quanto importi (ovvero restituisca ricchezza agli altri indebitandosi attraverso l’acquisto dei loro beni e servizi) nel gioco a somma zero del saldo delle partite correnti globale si profila all’opposto della funzione che dovrebbe svolgere una locomotiva. Perché tecnicamente sottrae più ricchezza di quanta difatti ne elargisce.

Seguendo questa logica la vera locomotiva del pianeta sono gli Stati Uniti che hanno chiuso l’ennesimo anno (il 2019) in deficit delle partite correnti: 490 miliardi di dollari, ovvero il 2,9% del Pil. Seguiti da Regno Unito (117 miliardi, il 4,2% del Pil) e Brasile (51 miliardi che rappresentano il 2,9% del reddito verdeoro).

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