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Nell’anno della pandemia 100mila pensionati in più. Tre proposte per il dopo Quota 100

A fronte di un numero di pensionati sostanzialmente stabile nel triennio a venire, il disavanzo tra contributi e prestazioni non tornerà sui minimi del 2019, restando oltre i 31 miliardi quest'anno e tra i 25 e i 26 miliardi nel biennio 2022-2023

di Davide Colombo

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3' di lettura

L'anno scorso il popolo dei pensionati è cresciuto di circa 100mila unità, arrivando a 16 milioni e 135mila, con un saldo netto tra prestazione contributi in disavanzo di 33 miliardi, contro i 20,8 del 2019. Parte da questi numeri l'ottavo Rapporto di Itinerari previdenziali, il think-tank sul Welfare fondato da Alberto Brambilla, presentato a Montecitorio alla vigilia dell'atteso discorso programmatico del nuovo presidente del Consiglio, Mario Draghi. Nel primo anno della legislatura, quello in cui è scattata la sperimentazione di “Quota 100”, la spesa per pensioni aveva superato i 230 miliardi ma grazie a una ripresa del mercato del lavoro il numero di occupati per pensionato era tornato vicino al 1,5 (1,4578 per la precisione), un rapporto che consentirebbe un teorico equilibrio della spesa in un contesto di crescita economica stabile e duratura. La pandemia ha tuttavia cambiato il quadro e ora le proiezioni di Itinerari volgono in peggio. A fronte di un numero di pensionati sostanzialmente stabile nel triennio a venire, il disavanzo tra contributi e prestazioni non tornerà sui minimi del 2019, restando oltre i 31 miliardi quest'anno e tra i 25 e i 26 miliardi nel biennio 2022-2023. La proiezione cambia un trend di costante diminuzione di questo disavanzo, calcolato al netto dei trasferimenti dello Stato, che era in corso dal 2013.

Tra assistenza e previdenza

Nell'analisi proposta da Itinerari non è tuttavia la spesa per pensioni a preoccupare bensì quella per i trattamenti assistenziali, salita nel 2019 a 114,27 miliardi. Dal 2008 l'incremento strutturale è stato di oltre 41 miliardi, con un tasso di crescita annuo oltre il 4% e di 3 volte superiore all'incremento della spesa per pensioni. Nel complesso, nell'anno prima della pandemia l'Italia ha destinato alle prestazioni sociali (pensioni, sanità e assistenza) 488,336 miliardi, vale a dire il 56,08% dell'intera spesa statale: una percentuale che, nonostante il debito molto elevato, colloca il Paese ai vertici delle classifiche europee e mondiali. Secondo Alberto Brambilla, ex consigliere della Lega ai tempi del varo di “Quota 100”, misura dalla quale ha preso le distanze in dissenso con Matteo Salvini, la spesa per assistenza si conferma il vero punto debole del nostro sistema di Welfare. «È quasi assurdo pensare che in un Paese del G7 come l'Italia - ha affermato - quasi il 50% di pensionati non sia stata in grado di versare neppure 15/17 anni di contributi regolari e debba quindi essere assistita dallo Stato, ed è allora importante che la politica rifletta su questi numeri. Innanzitutto, perché non sembrano rispecchiare le reali condizioni socio-economiche del Paese e, in secondo luogo, perché non va dimenticato che, a differenza delle pensioni finanziate da imposte e contributi, queste prestazioni gravano per 25,77 miliardi sulla fiscalità generale e non sono neppure soggette a imposizione fiscale».

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Dopo “Quota 100” ma come?

La presentazione del Rapporto di Itinerari ha naturalmente offerto l'occasione per tornare sul tema dell'attesa soluzione da adottare dopo la sperimentazione dei pensionamenti agevolati con i requisiti minimi di 62 anni e 38 di contributi che si chiude quest'anno. Brambilla ha avanzato tre proposte di massima senza entrare in dettagli sui nuovi requisiti minimi di una possibile nuova flessibilità in uscita. La prima proposta prevede una totale equiparazione delle regole generali e delle tutele per i giovani che hanno iniziato a lavorare dall'1/1/1996 eliminando le norme Fornero; l'istituzione di un “fondo di equità” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l'anno per finanziare le tutele pensionistiche (integrazione al minimo) per i giovani, a partire dal 2036. La seconda proposta punto invece sul blocco per tutti i lavoratori dell'adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva, richiesto per la pensione anticipata a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne), con ulteriori riduzioni per precoci e lavoratrici madri. Vale ricordare che attualmente il blocco di questi adeguamenti alla speranza di vita è previsto fino al 2026. Infine è stato proposto l’utilizzo dei Fondi esubero per lavoratori con problemi e reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla Dini-Treu, consentendo quindi il pensionamento a 64 anni di età (adeguati) e 38 di contributi (una sorta di “quota 102”). Importante anche la riduzione del cuneo fiscale e contributivo - ha concluso Brambilla - attraverso strumenti mirati come il welfare aziendale, l'aumento del valore dei buoni pasto, l'introduzione del buono trasporto, del super-ammortamento degli autonomi, l'accesso facilitato agli asili nido con costi deducibili.


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