Australia e Nuova Zelanda

Nell’Emisfero Sud ancora alto il peso di carbone e metano

Emissioni record ma piani deboli

di Barbara Pezzotti


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Gli allevamenti in Nuova Zelanda sono responsabili di emissioni di metano

3' di lettura

Le Nazioni Unite hanno chiesto all’Australia di alzare il target del 2030, ma Canberra non ci sta. Nei giorni scorsi, facendo propria la retorica trumpiana, il primo ministro Scott Morrison ha accusato l’Onu di «globalismo negativo». Eppure sono in molti a livello internazionale a credere che l’Australia abbia un doppio obbligo nei confronti della lotta al cambiamento climatico: il primo, in quanto uno dei maggiori Paesi inquinatori al mondo pro-capite e il secondo in quanto principale esportatore di carbone a livello internazionale, specialmente verso la Cina (il 20% dell’ import di Pechino). A parte l’Onu, nell’ultimo Forum dei Paesi del Pacifico, le nazioni vicine hanno chiesto un’azione più risolutiva, sottolineando la minaccia che il cambiamento climatico pone alla futura viabilità degli atolli dell’area. Siglando l’accordo di Parigi, l’Australia ha promesso di ridurre le emissioni di gas serra tra il 26 e il 28% sotto i livelli del 2005 entro il 2030. Il Paese, inoltre, si è impegnato a consegnare nel 2025 un piano ancora più ambizioso per il post-2030. Secondo i dati di Climate Analytics, gli australiani emettono il doppio delle emissioni di gas nocivi pro capite rispetto alla media del G20 perché la loro economia dipende ancora pesantemente dall’uso di carbon fossile. Secondo Climate Analytics anche se l’Australia riuscisse a raggiungere i target promessi nel 2030, verrebbe superata dalla Cina in efficienza energetica.

Il fulcro dell’intervento governativo per raggiungere gli obiettivi del 2020 e 2030 sono due fondi: il Climate Solution Fund da 2 miliardi di dollari australiani, approvato a febbraio, che si aggiunge all’Emission refund fund (Erf). Secondo tali schemi, aperti all’imprenditoria privata, enti locali, proprietari terrieri e comunità indigene, le entità finanziate possono ottenere carbon credit units da cedere al governo australiano o ad altre attività economiche che cercano di compensare le loro emissioni. Con questo investimento, da 4,55 miliardi in totale, sono stati finora finanziati 770 progetti nel campo dell’efficienza energetica, smaltimento dei rifiuti, rivegetazione e gestione degli allevamenti. Secondo le previsioni del ministero dell’Ambiente, grazie a questi interventi il Paese australe avrà ridotto le emissioni procapite del 50-52% e quelle legate all’attività economica del 64-65% tra il 2005 e il 2030. Questi numeri non convincono gli organismi internazionali , che accusano l’Australia di aver inserito alcune riduzioni di emissioni raggiunte nel decennio scorso sotto l’ombrello dell’Accordo di Kyoto nel conteggio dei target di riduzione stabiliti dal più recente accordo di Parigi.

Il Paese australe è indietro anche sul fronte auto: le vetture elettriche su strada sono circa 6mila al 2019, contro le 62mila vendute in Norvegia, un Paese 26 volte più piccolo, nel solo 2017. Per il momento Canberra ha investito 6 milioni di dollari per assicurare la presenza di stazioni di ricarica ogni 200 chilometri. Tra gli stati australiani solo quello del Victoria e i Territori del Nord offrono incentivi a chi acquista auto elettriche.

Non molto diversa la situazione della Nuova Zelanda che nel 2015 ha prodotto 17,5 tonnellate di gas serra pro capite, una quantità superiore del 33% rispetto alla media dei Paesi sviluppati. A maggio il primo ministro Jacinda Ardern ha annunciato il “Zero Carbon Bill” una proposta di legge secondo cui Wellington ridurrà l’emissione di metano di almeno il 10% entro il 2030 e tra il 24 e il 47% entro il 2050. Tutte le altre emissioni saranno ridotte a zero entro il 2050. La proposta di legge imporrà ai futuri governi di individuare piani (specialmente nella forma di Emissions Trading Schemes) per raggiungere gli obiettivi del 2030 (riduzione del 30%) e 2050. La misura è stata criticata perché presenta un approccio soft alle emissioni di metano, causate specialmente dagli allevamenti di ovini e bovini, la struttura portante dell’economia neozelandese. Il Paese presenta anche il più alto tasso di proprietà di veicoli tra i Paesi dell’Ocse, ma mancano standard di efficienza per i veicoli. La commissione parlamentare per l’Ambiente sostiene che il Paese si è finora concentrato su soluzioni a breve, come le piantagioni forestali e ha fatto troppo poco sul fronte delle emissioni derivanti da trasporto e l’inquinamento prodotto dagli animali da allevamento.

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