analisitensioni nel golfo

Nell’Iran del boom mancato tornano le proteste di piazza

di Roberto Bongiorni

Ap

3' di lettura

Le manifestazioni, scoppiate giovedì nella città di Mashad, hanno inizialmente preso di mira il carovita e la corruzione, ma sono poi dilagate a macchia d’olio in molte città del Paese, assumendo una forte connotazione anti-governativa. Approfittando dell’anniversario della fine dei disordini scoppiati nel 2009 (durante i quali la repressione fu molto dura), il regime ha risposto ieri organizzando manifestazioni ben più imponenti, arrestando decine di manifestanti (53 solo a Mashad venerdì) e avvertendo la popolazione di evitare i «raduni illegali».

Il presidente americano Donald Trump non si è lasciato sfuggire l’occasione per criticare un Governo verso cui è sempre stato ostile. In un tweet, Trump ha scritto: «Ci sono parecchi rapporti di proteste pacifiche dei cittadini iraniani che sono stufi della corruzione del regime e del modo in cui dissipa la ricchezza nazionale per finanziare il terrorismo all’estero. Il Governo iraniano dovrebbe rispettare i diritti della sua agente inclusi quello di espressione. Il mondo sta guardando». Immediata la replica di Teheran. «Il popolo iraniano non dà credito alle dichiarazioni ingannevoli e opportunistiche del signor Trump o dei suoi funzionari», ha ribattuto il portavoce del ministero degli Esteri, Bahram Ghasemi.

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Era dal 2009, quando gli iraniani scesero in massa nelle strade per protestare contro l’elezione del presidente conservatore Mahmoud Ahmadinejad, che in Iran non si vedevano manifestazioni così accese nei confronti di un regime tradizionalmente ostile al dissenso e particolarmente severo nel punirlo. Alcuni cartelli mostrati dai manifestanti recitavano la scritta: «Morte a Rouhani». Oppure «Dimenticate la Siria (dove l’Iran è impegnato militarmente, ndr). Pensate a noi».

Alle elezioni presidenziali di maggio, gli iraniani aveva riconfermato in massa il presidente Rouhani. Per quanto fosse un clerico, il riformatore moderato che aveva messo il rilancio dell’economia al centro della sua campagna elettorale, dichiarando guerra alla corruzione, era la sola alternativa valida agli occhi di molti elettori fiduciosi in un repentino sviluppo economico. Sono trascorsi solo sette mesi e la speranza ha ceduto il posto alla delusione. La protesta, da sociale, ha presto virato verso la politica con slogan durissimi anche contro la guida spirituale del regime, l’ultra conservatore ayatollah Ali Khamenei.

Cosa è accaduto? L’economia iraniana sta registrando una performance buona. Nel primo semestre del corrente anno fiscale (2017-2018) il Pil è cresciuto del 5,6 per cento. Il Fondo monetario internazionale ha stimato per il 2018 e il 2019 una crescita rispettivamente del 4 e del 4,3 per cento. Ci sarebbe di che rallegrarsi.

Ma in verità si è tratta di un boom senza benessere. In questo Paese, che mira a divenire la potenza regionale del Golfo, la classe media si è assottigliata, la disoccupazione resta molto alta: 12% il tasso ufficiale ma quello reale è molto più alto. A pagarne il costo sono le classi meno abbienti. Gli iraniani si aspettavano di più dalla fine delle sanzioni, che avevano messo in ginocchio il Paese facendolo sprofondare in una recessione durata due anni. Lo storico accordo sul nucleare, siglato nell’estate del 2015 sotto la supervisione dell’allora presidente americano Barack Obama (e ora osteggiato da Trump), era stato seguito all’inizio del 2016 dalla rimozione delle sanzioni internazionali, incluso l’embargo petrolifero dell’Unione europea. L’economia era così decollata.

Le esportazioni petrolifere, che nei periodi più bui erano scese sotto i 700mila barili al giorno (con una media di circa un milione di barili) sono balzate a due milioni di barili al giorno in soli dodici mesi ed ora si aggirano sui 2,6 milioni. La produzione petrolifera è più che raddoppiata a 3,8 milioni di barili. La corruzione, endemica, ha però frenato la distribuzione della ricchezza. In un Paese dove patrimoni e assets sono concentrati nelle mani di pochi, metà dalla popolazione ha meno di 30 anni e ogni anno 750mila giovani si affacciano sul mercato del lavoro. Ma il tasso di disoccupazione giovanile resta alto, al 25 per cento. Ecco perché la rabbia popolare ha preso forma in una protesta anche contro i potenti religiosi. Con slogan tanto audaci quanto emblematici: «La nazione mendica, mentre il clero vive come Dio».

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