VERITà IN VERSI

Nell’uso distorto della ricchezza la causa prima di ogni male

di Claudia Galimberti


3' di lettura

Dove avrebbe messo Dante Donald Trump? Nel girone degli avari o dei lussuriosi? Forse non lo avrebbe collocato, nel dubbio di quale fosse la casella più adatta al personaggio: non c’è un girone dei populisti, categoria dei moderni tempi dove la dismisura della Lupa, mai sazia, vince sul Veltro, metafora dello Stato e dei diritti. Certo, Dante lo avrebbe accomunato ai “novi e sùbiti guadagni”, all’avidità di chi ha già molto guadagnato, e senza posa vuole continuare, unendo ricchezza e potere.

Leggere la Divina Commedia è un piacere che si rinnova a ogni canto e a ogni cantica. C’è tutto l’uomo lì dentro, con le sue miserie e le sue grandezze, viste da un occhio puro che prova a condannare il mondo, e a redimerlo, che lo fa passare dal limbo all’inferno per arrivare al paradiso attraverso un doloroso purgatorio. Possiamo vedere in quei versi l’umanità dolente che non è quella del tempo di Dante, è quella di sempre, con una cadenza del peccato che si rinnova in ogni epoca e che vede, nell’ottica dantesca, l'uso distorto della ricchezza come causa prima di ogni male.

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Nella città medievale la vita era scandita da poche regole e poche certezze. Le attività degli artigiani e quelle civili erano riunite in corporazioni, notai, tessitori, tintori, fabbri, conciatori, muratori, medici e tante altre. A queste corporazioni era affidata l’economia della città, ma a fornire il credito per queste attività erano i banchieri, e accanto a loro i mercanti. Attività esercitate da” gente nova”, magari venuta da fuori che realizzava “sùbiti guadagni”. I valori di cortesia e gentilezza si andavano dissolvendo. Si appannava la luce della onestà, si insisteva sempre più sul possesso dei beni, di “dovizie” accaparrate chissà come, beni “liciti e inliciti” li definisce Dante, ma che non arrivavano mai nelle tasche della povera gente. Il motivo della ricchezza mal distribuita, causa di lacerazioni e disuguaglianze, è il filo conduttore che parte dal canto VI fino al X e al XVI dell’Inferno per approdare al XVI del Paradiso in un parallelo inseguirsi di invettive e di condanne per la purezza dei costumi contaminata dalla avidità. Nel microcosmo cittadino la disuguaglianza si sente e soffoca la fede. Dante ammira la povertà evangelica, ma condanna quella nata dal sopruso dei ricchi sui poveri, una povertà che è la morte civile.

Possiamo coniugare Dante al futuro e ritroviamo oggi le stesse situazioni, perché il poema dantesco è “una struttura cristallina, un solido”, come scrive Corrado Bologna. Dove il flusso di energia che lo percorre si materializza a poco a poco in personaggi, luoghi e situazioni che continuamente ci rimandano a un tempo che condensa passato, presente e futuro. Immagini e parole si travasano armoniosamente da una terzina all’altra, si srotolano su un tappeto di versi che in cento canti raccontano la nostra storia di uomini sperduti in una marea di personaggi e di luoghi. I luoghi sono inventati, irreali compagni di un viaggio che racconta l’esistenza come il teatro della memoria di tutta la storia umana, dove i personaggi sono le debolezze e i vizi, le utopie e i sogni. Non a caso la trasmissione televisiva di TV2000 dedicata alla Commedia, unica nel suo genere, raccoglie tanti consensi in prima serata. Un poema, quello del Poeta, che incanta e seduce, scritto per portarci alla salvezza.

denpasar@tin.it

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