Aree emergenti

Nella corsa del Sudest asiatico l’ambiente è rimasto indietro

Lo sviluppo ha un costo, ora si inizia a parlare di Esg

di Stefano Carrer


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Sebastian Vettel in azione durante il Gran Premio di Formula 1 di Singapore del 22 settembre

3' di lettura

Quest’anno il Gran Premio di Formula Uno a Singapore è parso a rischio: la cappa di foschia calata sulla città-stato a causa degli incendi nelle foreste della vicina Indonesia ha allarmato gli organizzatori fino all’ultimo. Al di là della ben superiore enfasi mediatica sugli incendi in Amazzonia, i problemi analoghi nell’area del Sudest asiatico evidenziano come la regione sia ancora lontana dal puntare tutte le carte che dovrebbe sulla questione-chiave della sostenibilità ambientale.

La priorità alle esigenze dello sviluppo economico in Paesi emergenti caratterizzati da alti tassi di crescita comporta una corsa all’espansione di ogni tipo di investimenti infrastrutturali, per i quali diventano disponibili volumi crescenti di risorse provenienti da organizzazioni internazionali e dalla rivalità tra Cina e Giappone. Nuove strade e autostrade e alta velocità ferroviaria - con le connessioni nord-sud a guida cinese e quelle est-ovest a prevalenza nipponica - tagliano foreste e incidono su ecosistemi già messi a dura prova.

Tuttavia si va facendo strada anche nella maggior parte dei dieci membri dell’Associazione dei Paesi del Sudest Asiatico la consapevolezza dell’importanza di dare peso - nelle politiche pubbliche come nelle strategie di investimento delle società private - agli standard Esg (Environmental, social, governance). Una esigenza tanto più spiccata ora che l’area regionale - anche per via delle aspre tensioni commerciali internazionali - appare destinata a incrementare il suo ruolo di hub manifatturiero e perno fondamentale delle supply chain globali, attirando sempre più investimenti rispetto alla non più predominante «fabbrica del mondo» chiamata Cina.

Un esempio viene dalle Filippine, dove è piuttosto nuovo il concetto di investimento responsabile sul piano dell’Esg: da quest’anno la Securities and exchange commission di Manila ha emanato per la prima volta un regolamento che richiede alle società quotate di fornire rapporti precisi sulla sostenibilità nel quadro delle valutazioni sull’impatto economico, sociale e ambientale delle loro attività. Un recente rapporto di PwC stilato in collaborazione con la Management Association of the Philippines (Map) intitolato «Il futuro del business. Sostenibilità, sviluppo, impatto» sottolinea che, in un sondaggio su un campione significativo di 129 chief executive di aziende attive nel Paese in vari settori, viene riconosciuta per la prima volta la priorità delle questioni di sostenibilità: l’80% dei Ceo si attende che i modelli di produzione o servizio nei prossimi 3-5 anni dovranno essere modificati per promuovere pratiche di business più sostenibili.

Tuttavia l’adozione piena di pratiche virtuose si scontra - specie nei Paesi emergenti - con fattori ostativi come gli alti costi di transizione, l’assenza di incoraggianti cornici normative, l’inadeguata disponibilità di (costose) tecnologie e un aleatorio ritorno economico sul breve termine. Questione soprattutto di soldi, insomma, come riconosce un rapporto delle Nazioni Unite secondo cui nei soli Paesi emergenti c’è un gap finanziario da 2.500 miliardi di dollari che va chiuso perché possano raggiungere i Sustainable development goals (Sdg).

Un recente forum sulla finanza sostenibile organizzato a Bangkok dalla Banca di Thailandia ha indirettamente sottolineato il ruolo chiave che possono avere le organizzazioni non governative per accelerare la svolta presso le multinazionali operanti nella regione verso più chiari obiettivi di sostenibilità socio-ambientale: le Ngo possono, con le loro critiche, danneggiare l’immagine e il valore dei marchi delle società meno impegnate in questa direzione. Il conseguente stigma potrebbe, più che in passato, pesare sui prezzi azionari e rendere le banche meno disponibili all’erogazione di crediti. Lo spostamento di produzioni dalla Cina all’Asean non è sfuggito alle Ngo e ad altri organismi che monitorano le politiche dei grandi gruppi: alcune di queste entità stanno aumentando il loro staff nel Sudest asiatico. E alcune multinazionali hanno finalmente cominciato a pubblicare anche nelle lingue locali le loro politiche sul management delle fabbriche e sulla sostenibilità complessiva delle loro attività.

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