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Dopo la corsa contro il tempo per la sua approvazione, la legge di bilancio può finalmente essere studiata, anche se ex-post. Per chi si occupa di università e ricerca non è semplice estrarre le informazioni più rilevanti e, soprattutto, non è immediato distinguere tra risorse disponibili e risorse virtuali.

Vediamo qualche dato.

Per quanto riguarda il comparto università e ricerca, la manovra prevede incrementi di 40 milioni al fondo di finanziamento ordinario (Ffo), di 40 milioni per il Cnr e altri enti di ricerca vigilati dal Miur, e di 10 milioni per il fondo delle borse di studio. Questi incrementi non appaiono certamente in grado di invertire la tendenza al definanziamento delle Università. Quaranta milioni di Ffo rappresentano poco più dello 0,5% del fondo ordinario (che si prevede pari a 7.450 milioni), e non sono nemmeno sufficienti a coprire i significativi incrementi di spesa corrente. Si tratta quindi di cifre modeste, che comunque potrebbero essere interpretate come un segnale positivo. Peccato però che questi finanziamenti non siano veramente disponibili, essendo bloccati fino a luglio per contribuire al risparmio di 2 miliardi richiesto dalla commissione europea per approvare la manovra. Un gioco - che qualcuno ha persino definito “geniale” - per superare il blocco posto dall’Europa, in attesa delle elezioni di maggio e contando su un cambio a livello politico che porti a nuove regole europee, in grado di sbloccare il “risparmio forzoso”.

In questa manovra rientra il blocco delle assunzioni fino al dicembre 2019. Sarà comunque possibile chiamare nel ruolo degli associati i ricercatori a tempo determinato che concludono il triennio nel 2019. Si è così evitato l’enorme problema occupazionale, nonché di continuità di ricerca e didattica, che si era prospettato a una prima lettura della finanziaria.

Il secondo grande tema è la distribuzione dei punti organico, lo strumento di controllo del Miur sulle assunzioni nelle università. Il Miur ha, contestualmente alla legge di bilancio, assegnato 2.038 punti organico agli atenei. Le università “virtuose”, cioè quelle con i bilanci in ordine e con una spesa di personale inferiore all’80% degli stessi, potranno superare il tetto massimo del 110% delle proprie cessazioni e assumere nuovo personale. Anche qui la prima reazione per tutti coloro che aspettavano una opportunità di accesso alla carriera universitaria è stata positiva. Un’altra apparente inversione di tendenza. Peccato che i punti organico non potranno essere utilizzati comunque prima del dicembre 2019 (per via del blocco delle assunzioni) e comunque solo se gli Atenei interessati avranno risorse di bilancio per coprire gli stipendi. Una assegnazione sostanzialmente virtuale in assenza di risorse aggiuntive: facile quindi prevedere un aumento della conflittualità interna ai singoli Atenei, e forse una ricaduta sulle contribuzione studentesche.

    Virtuale è anche il cambio di destinazione delle risorse rivolte, temporibus illis, alle tanto criticate “cattedre Natta” per chiamate dirette. Le risorse sono state spostate per potenziare l’assunzione di altri ricercatori in “tenure track” per diventare professori associati, portando il numero di posti disponibili da mille a 1.500. Nessuno di questi posti potrà tuttavia essere utilizzato prima del dicembre del 2019, per via del blocco delle nuove assunzioni.

    L’unica cosa reale è - e pare anche un po’ strano - il finanziamento da parte del Mef (non del Miur) di 50 milioni in tre anni all’Università Federico II di Napoli per la creazione di una Scuola superiore del Meridione che organizzi corsi di dottorato di ricerca, master e lauree magistrali in analogia alla Normale di Pisa. La vicenda è controversa e sta suscitando molte polemiche. Vale tuttavia la pena di ricordare come ci fosse da tempo (Dl Profumo) l’impegno da parte del Miur (certo, non del Mef) al riconoscimento e accreditamento dei numerosi Collegi e Scuole superiori - tra cui, al Sud, quelli storici di Catania e di Lecce che, insieme al Collegio superiore di Bologna, alla Scuola Galileana di Padova, alla Scuola superiore di Roma Sapienza e ad analoghe iniziative alle università di Torino, Venezia, Macerata, e Udine - si sono sviluppati negli anni per promuovere percorsi di formazione innovativi e integrativi dei tre livelli di corsi di studio. Collegi e Scuole che gravano principalmente, quando non esclusivamente, sui bilanci degli Atenei.

    Poco prima di Natale (22 dicembre 2018), su questo giornale, avevo chiesto in dono a Babbo Natale una nuova università. Certo era una richiesta molto impegnativa, ma speravo che - all’analisi “costi-benefici” - l’università risultasse un investimento strategico per il “cambiamento”. Serviva e serve, inter alia, investire massicciamente sulle opportunità per i ricercatori meritevoli e sul miglioramento delle strutture, l’ammodernamento dei laboratori, e il supporto agli studenti. Pare ora che si dovrà attendere il 2020 e sperare. Alla fine, Babbo Natale non è arrivato. È arrivata la Befana e ha portato una calza semivuota, con un po’ di carbone mascherato da dolcetti.

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