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Nella mente del criminologo

Che cosa spinge una persona a compiere violenza verso un’altra persona? A questo interrogativo cerca di rispondere Adolfo Ceretti

di Isabella Merzagora e Giulio Enea Vigevani

4' di lettura

Gli scaffali delle librerie sono colmi di autobiografie di assi del pallone o dei fornelli con infanzie umili ma felici e vite tutta in ascesa verso la celebrità e la ricchezza. A cercar bene, si può però trovare anche il racconto della vita di un figlio della borghesia milanese più colta, con una adolescenza benestante ma piena di dubbi, che decide di fare un mestiere strano, il criminologo, e invece di ricercare la facile fama nella televisione del dolore e del sangue trascorre l’esistenza a scavare nel profondo della società e di se stesso.

Nel racconto di una vita bella e difficile, scritto con penna felice insieme a Niccolò Nisivoccia, vi imbatterete in un personaggio che ricorda lo psichiatra interpretato da Luigi Lo Cascio ne “La meglio gioventù”, che attraversa la storia d’Italia e del mondo. Anche Adolfo Ceretti vede amici avvicinarsi alla lotta armata, che gli sottrarrà un Maestro come Guido Galli, considera le infinite forme del male e le sofferenze delle vittime, incontra la Storia nel Sahara, in Sudafrica e nell’America latina. E in questo quadro affronta la malattia di un padre in silenzio per anni, le fragilità del corpo e della mente, sempre con ironia e con una intelligenza dolorosa insieme.

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Vi appassioneranno le causes célèbres, da Erika e Omar a Vallanzasca, dalla banda della Uno Bianca a noti terroristi, e quelle meno note di ragazzi incontrati nei tribunali dei minori o nelle carceri brasiliane. Ancor più affascinerà, ne siamo sicuri, lo sguardo paritario, non giudicante, di chi si sente sempre di fronte a un uomo e non a un criminale, di chi sa bene che il diavolo può accarezzare i capelli di chiunque. E stupirà, specie chi pensa all’università come a un luogo di gerarchie e potere, il rapporto intenso e paritario con i suoi bravi allievi della Bicocca.

Le Memorie di un criminologo spiegano, soprattutto, cosa davvero fa o può fare un criminologo, correggendo luoghi comuni che da un certo tempo a questa parte guastano parte dell’opinione pubblica. Il criminologo, ci dimostra l’autore, può attraversare la cronaca di un Paese, o magari di più di uno come nel suo caso, è presente e agisce in essa.

Il criminologo non indica “chi è stato” a commettere un delitto né acchiappa i delinquenti, questo lo fanno egregiamente le Forze dell’Ordine, non illustra il “come” di un reato, ci sono i criminalisti per questo. Spiega il perché chi ha violato la legge lo ha fatto e, più ancora nel caso dell’autore del libro, cerca di fare in modo che il male e la violenza non si moltiplichino e pure che alle vittime vengano offerte restituzioni, ristoro e, soprattutto, voce.

Ampia, di particolare interesse ed esposta con pathos è tutta la parte che riguarda la giustizia riparativa e la mediazione, di cui Ceretti in Italia è stato pioniere, ma che ha poi sperimentato anche in luoghi lontani di guerra e dolore, in Sudafrica per esempio.

Ceretti ci dice com’è lui - e le sue doti umane sono note ai tanti che come noi sono suoi “fratelli” o “sorelle” - ma anche come è o come dovrebbe essere un criminologo: empatico piuttosto che giudicante, sensibile - una sensibilità “fuori dal comune”, sostiene essere la sua -, perché no? dotato di senso dell’umorismo (magari dell’autoironia, a cominciare dal nome, così pesante da portare). Se ci si confronta costantemente con il male, con i corpi, con i conflitti («ho trasformato i conflitti, in ogni possibile declinazione, nell’oggetto principale del mio lavoro, tanto nella teoria quanto nella pratica», scrive a p. 27), occorre conservare anche quell’ironia che consiste nel vedere le cose sempre anche dall’altra parte: niente è ovvio, scontato, pre-giudicato.

Ceretti inoltre si pone una domanda, la domanda che si pongono tutti i criminologi d.o.c.: «Perché io non ero diventato violento e lui lo era diventato?», scrive dicendosi addirittura «ossessionato» da tale interrogativo. Un interrogativo assillante, appunto, ma quanto mai necessario al più importante degli atteggiamenti, che è quello di evitare il pregiudizio dell’alterità da chi delinque.

E un’altra delle domande basilari davanti al delitto e a chi lo ha compiuto: «Cosa muove la mano di una persona quando attacca il corpo di un’altra? La follia? La droga? Il patrimonio genetico? O è ‘semplicemente’ una libera scelta? E ancora: ad accendere la violenza è uno solo di questi fattori, o sono tutti assieme o soltanto alcuni?». Ancora: «L’uomo non è una decalcomania delle sue malattie, né dell’ambiente in cui vive o delle strutture sociali che lo sovrastano, bensì è un attore sociale»; «a noi interessava non tanto scoprire le cause contingenti da cui la violenza viene innescata, né soffermarci sul gesto in cui tale violenza si manifesta nel suo esito finale; bensì comprendere il processo che porta una persona a diventare violenta, a ‘scegliere’ di esserlo».

E forse il lascito fondamentale del libro è l’esortazione a non praticare l’altrismo respingente. Gli altri, ascoltandoli e avvicinandoli, vengono resi «meno inabitabili» per noi. E di nuovo, a proposito della mediazione: «Non importa se rei o vittime: al fondo, i confliggenti sono e rimangono ‘persone’, per quanto appunto contrapposte da un conflitto».
Perché la scienza non consiste solo nel dire cose vere ma anche nel dire cose buone, o almeno è anche così che abbiamo letto il bel libro di Ceretti e Nisivoccia.

Adolfo Ceretti con Niccolò Nisivoccia
Il diavolo mi accarezza i capelli. Memorie di un criminologo
Il Saggiatore, Milano, 2020

Riproduzione riservata ©

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