Danza

Nella selva oscura delle emozioni. Polunin danza con Dante

Al Ravenna Festival la Trilogia d'Autunno dedicata al Settecentenario dantesco

di Silvia Poletti

Inferno (foto Silvia Lelli)

3' di lettura

È bello e pertinente il titolo scelto per la creazione -in prima assoluta- che Sergei Polunin ha firmato per la Trilogia d'Autunno del Ravenna Festival dedicata al Settecentenario dantesco. Metànoia rimanda infatti al concetto del “profondo mutamento del modo di pensare, sentire, leggere il mondo” che laicamente è assimilabile all' Iter mentis in Deum avviato da Dante nella sua Commedia e, in controluce, al percorso esistenziale dello stesso Polunin, talento incommensurabile e incommensurabili inquietudini registrate nel corso degli anni dalle cronache.

Lui che candidamente ha confessato di essere stato a lungo soggiogato dal fascino del male, “che appare un sacco più divertente e più facile da ottenere”, oggi risulta infatti più consapevole anche come artista e nell'impegno di traghettare il balletto di tradizione nelle modalità di fruizione del nostro tempo si sta spendendo in impegnativi progetti nei quali coinvolge generosamente musicisti, artisti visivi, stilisti, performer da ogni parte d'Europa.

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Sergei Polunin nella Trilogia d'Autunno del Ravenna Festival

Sergei Polunin nella Trilogia d'Autunno del Ravenna Festival

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Teatro Alighieri

E tale è appunto la serata dantesca in scena in un Teatro Alighieri tutto esaurito per cinque repliche, nella quale il passaggio dall'oscurità alla luce è stato immaginato da ben tre diversi team artistici, unico filo rosso l'interprete che, al di là della ben nota potenza felina dei salti senza gravità e della morbida velocità dei giri turbinosi, rifulge di quella particolare aura che rende la sua danza vibrante di una emozionante fragilità umana proprio nei minimi dettagli –il gesto lieve di una mano, la posa morbida del corpo, lo sguardo febbrile da Cristo penitente.

E proprio questa qualità peculiare di Polunin avrebbe potuto essere sfruttata meglio anche nello spettacolo, che risulta invece troppo sbilanciato nella drammaturgia e purtroppo discontinuo nella resa coreografica.

Immerso in una scena digitale che sfrutta ogni possibile mezzo tecnico per suscitare stupore e meraviglia, il lungo quadro dell'Inferno immaginato da Ross Freddie Ray ( video design e mapping di Yan Yanko, musica originale di Miroslav Bako) travolge il danzatore e noi con lingue di fuoco e fiumi bollenti, larve di dannati, demoni e Kaijū inquietanti protesi minacciosamente sulla platea.

Ma è proprio la ridondanza effettistica dettata da questo horror vacui pop e surrealistico, in bizzarro contrasto con una danza classica anche troppo retorica e prevedibile nei suoi cliché espressivi, a rendere la pièce deludente giacché al di là della sperimentazione tecnologica stranamente eccede nel ricorrere a stilemi coreografici antichi, non apportando niente di nuovo al potenziale artistico dell'interprete e alle sue intenzioni poetiche.

Paradiso

Esattamente il contrario di quanto ci fa intuire la breve sezione conclusiva del Paradiso (belle musiche astrali di Kirill Richter, set tra buio e luce adamantina, pianeti e figure geometriche firmato da Otto Bubenicek) nella quale il tocco di Jiri Bubenicek, oggi coreografo in ascesa dopo una illustre carriera di danzatore, asciuga intelligentemente ogni possibile vezzo classicistico d'antan e spinge un Polunin di bianco vestito a muoversi in un fluire costante di dinamica tra suolo e aria, in una elegante spirale di movimenti che evocano i moti interiori di un'anima inquieta, che cerca in sé la pace e si interroga sul mistero della vita.

Fascinosa vulnerabilità

Una danza insieme spettacolare e meditativa, un mistico contatto col divino che è in noi – e che è citato dalle maschere che replicano il volto di Polunin: una bella intuizione coreografica, dal respiro più contemporaneo, nella quale il danzatore riesce a rivelare appunto quella fascinosa vulnerabilità che gli è propria. E che emerge, con impercettibile delicatezza, nel breve frammento che Sergei si riserva come autore: Purgatorio su musiche di Gregor Revert e video design in 3 D di Marcella Grimaoux, dove in un serrato tragitto verso la luce, tra scenari in continua mutazione, il danzatore si ritaglia un soliloquio fatto di slanci e sospensioni, pause e rincorse che sembrano un discorso intimo, sincero e toccante, nel quale -come ha avuto modo di dire lui stesso- l'uomo Sergei ha preso finalmente coscienza di “voler assolutamente agire per il bene”.


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