India

Nella sfida per l’energia rinnovabili e carbone

New Delhi ha ratificato l'accordo di Parigi e punta sulle fonti green ma il vecchio combustibile gode di agevolazioni e resterà ancora per anni

di Gianluca Di Donfrancesco


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(AP)

3' di lettura

Nel 2030 l’economia indiana sarà una volta e mezzo più grande: questo sviluppo sarà però accompagnato da un aumento delle emissioni dei gas serra del 73% (rispetto ai livelli del 2017), a meno che il Governo di New Delhi non adotti una più decisa agenda sostenibile. È la previsione dell’Fmi, contenuta nel Fiscal monitor pubblicato il 16 ottobre.

New Delhi, che ha ratificato l’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico, si è posta da anni ambiziosi obiettivi sulle energie rinnovabili: il potenziamento delle fonti non inquinanti faceva già parte del programma del primo Esecutivo guidato da Narendra Modi (2014-2019) ed è stato ribadito nell’agenda del secondo mandato, cominciato a maggio. Secondo l’Fmi, le rinnovabili restano, tuttavia, sottoutilizzate e non hanno ancora raggiunto dimensioni di scala.

Al contrario, il Paese conta ancora sul carbone per la generazione del 60% dell’elettricità consumata. E per il più “sporco” dei combustibili, New Delhi prevede agevolazioni maggiori di quelle in vigore per le rinnovabili (l’Iva sul carbone è appena del 5%, più 6 dollari a tonnellata a titolo di accisa). Il ministro per il Carbone, Prahlad Joshi, solo il mese scorso ha affermato che il combustibile sarà utilizzato nel Paese ancora per 20 o 30 anni.

Il passaggio a fonti non inquinanti è una sfida complessa per un Paese che deve ancora completare la realizzazione di una infrastruttura energetica capillare ed efficiente. Uno sforzo che ha massicciamente impegnato il Paese: solo nell’ultimo anno e mezzo, quasi 27 milioni di abitazioni sono state collegate alla corrente elettrica (secondo i dati ufficiali).

New Delhi si è impegnata a tagliare di un terzo le emissioni di gas serra entro il 2030. Nei prossimi dieci anni, come ha recentemente ribadito Modi, il Paese punta ad avere 450 gigawatt di produzione elettrica da fonti rinnovabili, vale a dire il 40% del mix complessivo. L’Esecutivo scommette soprattutto sul solare, per il quale ha fissato un target di 100 Gw (la seconda voce tra le rinnovabili è l’eolico).

Il 16 ottobre, il ministro per la «Energie nuove e rinnovabili», Raj Kumar Singh, ha affermato che l’India arriverà a quota 175 Gw da fonti “verdi” entro il 2022. Un obiettivo «enorme», come ha riconosciuto lo stesso Singh, ma ritenuto alla portata perché il Paese sarebbe già a 83 Gw di produzione installata. Altri 70 sono «in corso di installazione o realizzazione». All’appello mancherebbe ancora una ventina di gigawatt, ammesso che la tabella di marcia di realizzazione degli impianti venga rispettata. Un traguardo giudicato difficilmente raggiungibile da un recente rapporto di Crisil, società di ricerca di Standard & Poor’s, secondo cui il target sarà mancato del 40% (il report è stato duramente criticato dal Governo indiano).

Gli alti costi di produzione dell’elettricità, le perdite causate da dispersioni e furti lungo la rete e i tetti ai prezzi di vendita sono un problema per l’intero settore e a maggior ragione per le rinnovabili, che scontano oneri ancora più gravosi. Intanto, in base ai dati (2017) della Banca mondiale, il Subcontinente è il terzo maggior produttore di CO2 dopo Cina e Usa. E per l’Organizzazione mondiale per la salute in India ci sono 13 delle 20 città più inquinate al mondo.

Anche l’auto elettrica stenta: stando a un report pubblicato da Bloomberg a ottobre, negli ultimi sei anni sono stati venduti solo 8mila veicoli di questo genere, nonostante gli incentivi varati dal Governo. E le vendite attese, per Acuité Ratings and Research, non cresceranno oltre il 3-5% l’anno nel medio periodo. Non manca qualche segnale incoraggiante: l’aeroporto internazionale di Kochi, nel Kerala, è il primo al mondo completamente alimentato a energia verde.

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