INTERVENTI

Nella storia dell’euro le difficoltà di oggi

di Giorgio La Malfa


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4' di lettura

La moneta unica europea esiste ormai da oltre venti anni: i tassi di cambio fra le valute dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea (Ume) furono irrevocabilmente fissati alla fine del 1998, dando così vita, di fatto, a un’unica moneta fra quei Paesi; dal 1° gennaio del 1999 la responsabilità della politica monetaria venne trasferita dalle banche centrali dei Paesi membri dell’Ume alla Banca centrale europea. Da quella stessa data, è esistita una moneta unica europea affidata alla responsabilità di una banca centrale europea. All’inizio del 2002 venne effettuata la sostituzione delle valute degli Stati membri con l’euro. Eppure, nonostante questa lunga esperienza con la moneta unica, intorno al futuro dell’euro continuano a esserci molte discussioni e anche una qualche incertezza.

La ragione principale di questo stato di cose è una divaricazione netta fra il giudizio degli economisti e il giudizio politico delle classi dirigenti europee. Per la maggior parte degli economisti - forse per la quasi totalità di essi - la scelta di passare alla moneta unica è stata un azzardo, se non un errore vero e proprio. Solo limitandosi ad alcuni premi Nobel, la lista dei critici dell’euro comprende sia economisti conservatori come Milton Friedman che economisti progressisti come Paul Krugman o Joseph Stiglitz.

Diverso è stato il giudizio politico europeo. Dalla fine degli anni 60 e con maggiore determinazione fra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, i leader europei hanno scelto di perseguire l’obiettivo della moneta unica. Hanno ritenuto che i vantaggi politici - cioè la prospettiva della riunificazione politica del continente - fossero maggiori degli eventuali costi economici iniziali. Hanno sostenuto che in un mondo dominato da grandi entità statali come gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, l’India, solo un continente europeo unificato sarebbe stato in grado di difendere i propri interessi. Hanno anche concluso che l’unificazione monetaria avrebbe dato maggiore impulso alla unificazione politica e l’avrebbe resa inevitabile.

E tuttavia, questa previsione politica non sembra essersi avverata né in tutto, né in parte. L’Europa dell’euro rimane altrettanto politicamente divisa dell’Europa pre-euro. Sono stati fatti passi in avanti parziali in alcuni campi: per esempio, è stata trasferita a livello europea la vigilanza sulla banche di maggiori dimensioni e sono stati adottati criteri di sorveglianza omogenei per queste banche. Ma nello stesso tempo non è stato fatto alcun passo in avanti per quello che riguarda una comune politica di bilancio europea, in mancanza della quale gli economisti avevano sempre affermato che l’Ume avrebbe accentuato le differenze di andamento fra i Paesi membri, come in realtà è avvenuto e sta avvenendo.

Un libro molto poderoso, uscito di recente e che meriterebbe di essere tradotto in italiano (Ashoka Mody, EuroTragedy, A Drama in Nine Acts, Oxford University Press) fa la storia di come si è giunti alla moneta unica e ripercorre i vent’anni della moneta unica e della Bce. Il giudizio di Mody è nettissimo. Nel procedere verso la moneta unica, «i leader europei non avevano un’idea chiara di dove stavano andando e... se non sai dove stai andando, finisci in un posto diverso... A dispetto della loro visione idealistica gli europei sono finiti in un posto diverso. Come ci si poteva attendere, questo posto diverso non è buono» (pag. 4). Essi sostennero che «una moneta unica si sarebbe evoluta fino a essere una più completa unione monetaria... Le crisi avrebbero reso gli europei più decisi a procedere in avanti» (pag. 5). Tutto questo non è avvenuto mentre «l’insoddisfazione politica è andata accrescendosi fra i cittadini europei» (pag. 14).

La tesi di Mody è che lo scontento europeo è tale da rendere più fragile il tessuto della comunità: «La prossima crisi finanziaria partirà da un punto di maggiore vulnerabilità economica e finanziaria. Nel frattempo mentre restano ampie le differenze fra gli Stati membri ... il nazionalismo e l’euroscetticismo nel Nord e nel Sud si farà progressivamente più acuto. La prossima crisi potrebbe sfasciare l’Europa» (pagg. 21-2).

È difficile non convenire con questa analisi, ma anche con un’altra conclusione non del tutto esplicita di Mody e cioè che il costo della rottura dell’euro è molto alto e tende a crescere nel tempo, tanto che un Paese che decidesse di uscire dall’euro potrebbe facilmente essere chiamato ad affrontare una crisi finanziaria di dimensione sostanzialmente incalcolabili a priori.

Questo è il vero limite delle analisi superficiali sulle quali alcune forze politiche hanno fondato almeno parte dei loro successi elettorali in questi anni: l’euro ha generato e genera una insoddisfazione alla quale le forze politiche “europeiste” non sono in grado di dare una risposta. Chiunque si dichiara contrario all’euro è in grado di raccogliere il favore che nasce da questi sentimenti. Ma nessuno fra coloro i quali hanno fatto la loro fortuna con queste posizioni offre una credibile via di uscita dalla tragedia dell’euro di cui parla Mody.

Solo una classe dirigente europea degna di questo nome (non una classe dirigente fatta di isolazionismo populista) potrebbe esplorare delle soluzioni cooperative più avanzate, fino a considerare la possibilità di restituire qualche flessibilità alle politiche economiche dei Paesi membri. Oggi non sembrano in grado di proporre qualcosa di questo genere né gli europeisti tradizionali, né i populisti che sull’errore dell’euro hanno costruito le loro fortune.

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