Storia economica

Nella terza rivoluzione industriale l’ombra della sostenibilità sociale

Nelle precedenti furono densi di significato i metodi per avere migliori metalli e la tecnica del fordismo

di Valerio Castronovo

(Reuters)

3' di lettura

Stiamo vivendo da poco più di due decenni la Terza rivoluzione industriale e già si delinea, sotto la spinta pervasiva e a raggiera dell’informatica e dell’intelligenza artificiale, una nuova era, densa di sviluppi sempre più avanzati e di proiezioni inedite ma anche tale da porre problemi di effettiva sostenibilità sociale.

Intanto abbiamo finito per dimenticarci o per sottovalutare quale autentico salto di qualità sia avvenuto nel periodo fra gli anni 60 dell’Ottocento e l’ultimo decennio del Novecento, ossia nel corso della Seconda rivoluzione industriale, di cui furono inizialmente protagonisti, dapprima, la Germania (in competizione con la Gran Bretagna e la Francia) e gli Stati Uniti e poi, in particolare dagli anni 20 del Novecento e soprattutto dal secondo dopoguerra in avanti, gli Usa.

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Durante questa svolta fecero da battistrada l’industria chimica e quella metallurgica e poi il comparto automobilistico e quello alimentare. Si trattò di una fase segnata da una serie di innovazioni tecniche fondamentali, incentrate su un nuovo modo di produrre l’acciaio, sulla chimica organica, sull’elettricità, nonché sul motore a scoppio.

Inoltre una delle caratteristiche precipue di quest’epoca, che coinvolse man mano quasi l’Europa intera, consistette nel forte rilievo assunto dalla progettazione e dalla ricerca scientifica.

Del resto, proprio l’attività di sperimentazione aveva consentito, dopo il 1856, con la realizzazione del convertitore dell’inglese Henry Bessemer (1813-1898), di ottenere dell’acciaio a buon prezzo e di migliore qualità, e poi di incrementarne la produzione, con il forno a suola del francese Pierre Emile Martin (1824-1915), che aveva perfezionato un brevetto dell’ingegnere di origine tedesca Carl Wilhelm Siemens (1823-1883).

Anche per le fonti di energia le ricerche e le sperimentazioni susseguitesi per tre quarti dell’Ottocento risultarono determinanti per il passaggio dall’età del vapore a quella dell’elettricità.

Inoltre si scoprirono in questa fase importanti materiali (come zinco, alluminio, nichel, magnesio, cromo) e furono introdotti appositi metodi per la preparazione di nuove leghe, ferrose e non.

La grande impresa divenne, dagli inizi del nuovo secolo, un modello precipuo di organizzazione non solo in campo economico (in particolare nella chimica applicata, nell’elettricità, nella siderurgia e nel petrolio, che richiedevano investimenti iniziali molto elevati), ma anche sul versante delle istituzioni e delle relazioni sociali.

Essa consentiva sia importanti economie di scala (con la diminuzione dei costi medi di produzione a fronte di un aumento della stessa con l’ampliamento delle dimensioni degli impianti), sia processi di integrazione verticale oppure orizzontale, nonché di diversificazione (con l’allargamento a nuovi prodotti mediante fasi di lavorazione in comune con altre imprese).

A sua volta, nel quadro di una sempre più intensa concentrazione capitalistica, la maggiore complessità della gestione degli impianti e della produzione di massa rese evidente la necessità di introdurre nuovi metodi di analisi e organizzazione del lavoro.

E questo comportò lo sviluppo di apposite strutture manageriali per il coordinamento delle diverse funzioni aziendali, con la suddivisione dei compiti di carattere strategico a lungo termine da quelli riguardanti l’attività corrente nelle singole divisioni.

Con il principale fautore di questa trasformazione organizzativa, l’ingegnere americano Frederick Winslow Taylor (1856-1914) nacque il primo embrione della “organizzazione scientifica del lavoro”, che conobbe successivi sviluppi e perfezionamenti soprattutto nel grande stabilimento-pilota di Henry Ford (1863-1947), al punto che il termine di “fordismo” venne assunto come l’emblema per antonomasia per designare una lunga fase storica e identitaria dell’industrialismo e del capitalismo novecentesco.

D’altronde la motorizzazione di massa segnò di fatto l’esordio della modernizzazione, di un mutamento sostanziale nei consumi e in numerosi aspetti della vita privata.

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