ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùL’indagine dal 1990 a oggi

Nelle classifiche il futuro dell’Italia: la fotografia di 33 anni della nostra storia

La ricerca del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita, arrivata al 33esimo anno, spiega il Paese attraverso una miniera di dati territoriali che rivelano le fragilità

di Michela Finizio

3' di lettura

Senza numeri, non c'è misura. E senza misura manca la consapevolezza di quello che accade, dei trend che cambiano il Paese e dei gap da colmare. È questa la forza dei dati territoriali presentati oggi nella 33ª indagine della Qualità della vita del Sole 24 Ore. Novanta statistiche su base provinciale svelano le urgenze su cui è necessario intervenire e diventano campanelli d'allarme in grado di orientare scelte e strategie. Non solo numeri, dunque, ma strumenti che danno voce alle tante fragilità di questo Paese.

La forza dei dati territoriali

Facciamo due esempi. Negli asili nido italiani ci sono 27,2 posti ogni cento bambini, con differenze che vanno dai 46,8 posti di Ravenna ai 6,2 di Caltanissetta. Conoscere questo indice di copertura si è reso necessario da quando nel 2002 il Consiglio di Barcellona ha fissato l’obiettivo del 33 per cento.

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La raccomandazione era quella di arrivarci entro il 2010, ma a 12 anni dalla scadenza, l’Italia è ancora lontana dall’obiettivo. Ed è anche grazie alla forza di questi numeri che oggi nel Pnrr c'è l'investimento da 4,6 miliardi per potenziare le strutture per l'infanzia: l’urgenza di intervenire, soprattutto al Sud, è risultata chiara di fronte alla consapevolezza statistica. Tanto che, seppur con qualche già evidente ritardo, l’obiettivo dichiarato è garantire complessivamente 264.480 nuovi posti entro la fine del 2025.

Al contrario, la carenza di dati determina la difficoltà, se non l'impossibilità, di orientare le politiche. È il caso della disabilità: come sottolinea il progetto DisabledData, che ha l’obiettivo di raccogliere e rendere disponibili informazioni sulla platea coinvolta, non esiste una mappatura ufficiale. Istat nel 2019 ha diffuso una stima di circa 3,1 milioni di persone, pari al 5,2% della popolazione. Inps, in base all’ultimo dato disponibile relativo al 2017, dice che le pensioni di invalidità erano 4,3 milioni.

Ma la mancanza di dati certi, senza dettaglio territoriale, diventa un problema per associazioni, fondazioni ed esperti che discutono dei problemi connessi alla disabilità: gli investimenti (fondi per l’inclusione, l’accesso al lavoro, all’istruzione e allo sport o, ancora, l’eliminazione delle barriere architettoniche) non possono basarsi su evidenze oggettive.

Le classifiche dal 1990 a oggi

Le classifiche della Qualità della vita, dunque, non sono solo numeri, ma strumenti che danno voce alle tante fragilità di questo Paese.

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Ed è con questo obiettivo che nell’autunno del 1990 è stata pubblicata per la prima volta l’indagine. Lunedì 1° ottobre Il Sole 24 Ore pubblicava la prima classifica sulla vivibilità delle province italiane. Il vecchio mondo della Guerra fredda si stava avviando al tramonto e l’Italia scivolava verso l’agonia della Prima Repubblica. Il futuro si annunciava sotto il segno dell’Europa senza frontiere con la firma italiana degli accordi di Schengen. Il riscaldalmento globale era già in azione, ma nessuno ne aveva consapevolezza.

Una «radiografia della ricchezza, dei servizi pubblici e della tranquillità sociale»: così, 33 anni fa, veniva presentata l’indagine, allora composta da 37 indicatori e sviluppata in sei pagine fitte di percentuali, punteggi e graduatorie.

Dagli abbonati Sip all’ecommerce

Fin dall’inizio nell’impostazione della ricerca c’era l’intento che, con l’avvento di internet e delle banche dati digitali, è diventato l’anima del data journalism: leggere i fenomeni sociali ed economici dei territori italiani attraverso numeri, statistiche e confronti.

Al tempo stesso, l’idea di misurare la qualità della vita anticipava lo sviluppo nei decenni successivi del dibattito intorno al rapporto tra benessere e felicità: la necessità di valutare il progresso e la soddisfazione delle persone, andando «oltre il Pil» (quindi oltre le sole statistiche di crescita economica), ha poi portato nel 2015 all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’Onu, definita da 17 obiettivi e 169 target.

Nel frattempo, Istat aveva lanciato gli indicatori di Benessere equo e sostenibile (Bes) che misurano le diverse dimensioni del benessere e della sostenibilità, a livello nazionale e locale e che dal 2016 vengono inseriti nel Def (documento di programmazione economica e finanziaria) per misurare l’impatto delle norme per la legge di Bilancio.

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Anno dopo anno, la radiografia dell’Italia si è molto evoluta. All’inizio tra gli indicatori venivano misurati gli abbonati Sip, le cabine telefoniche, i tempi medi (piuttosto brevi) per la liquidazione delle pensioni, quelli per la consegna della posta e i negozi al dettaglio. Oggi tornano la preoccupazione sui prezzi e lo spettro della recessione economica, smartphone e email si sono impadroniti delle nostre vite (con la necessità di banda larga ultraveloce) e l’ecommerce ha rivoluzionato le abitudini di consumatori. Ed edizione dopo edizione, la Qualità della vita ha tenuto il passo delle impetuose trasformazioni del Paese.

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