Politica economica

Nelle crisi d’impresa salvare sempre tutti non serve a nessuno

di Paolo Gualtieri

(Cultura / AGF)

4' di lettura

Un sistema efficiente di gestione delle crisi d’impresa è un fattore importante per lo sviluppo di un Paese perché l’evoluzione delle conoscenze e del contesto economico-sociale in via naturale modifica il quadro competitivo nelle varie industrie e persino cambia la rilevanza dei settori, provocando la fine di alcune imprese, la trasformazione di altre e l’avvento di nuove, con un susseguirsi di cambiamenti nelle gerarchie del potere economico.

Questa fase storica, rispetto al passato, appare caratterizzata da una maggiore velocità nei cambiamenti dovuta non solo allo sviluppo delle conoscenze scientifiche, che ha permesso uno straordinario progresso tecnologico, ma anche alla facilità con cui conoscenze, informazioni e opinioni vengono condivise e si diffondono. Ancor di più quindi l’ordinamento giuridico, il funzionamento dei tribunali e le prassi operative di imprese e professionisti dovrebbero consentire di distinguere, rapidamente e correttamente, le aziende in difficoltà finanziarie in grado di trasformarsi e superare così le crisi, dalle aziende che sono destinate a restare in una condizione critica e che perciò sarebbe meglio uscissero dal mercato. Il permanere in vita di aziende non in grado di trasformarsi e adattarsi ai cambiamenti provoca una cattiva allocazione dei fattori di produzione che restano intrappolati in imprese con scarse prospettive di creazione di ricchezza invece di affluire nelle imprese migliori.

Loading...

Gli studi mostrano evidenze divergenti sulla misura dell’impatto sulla crescita economica di un Paese che questa inefficiente allocazione delle risorse produce. Tuttavia, potrebbero essere utili ulteriori approfondimenti del tema perché gli effetti negativi dell’incapacità del sistema di separare le imprese che possono essere rilanciate da quelle che non sono più in grado di continuare l’attività con efficacia competitiva sono vasti e incidono su vari ambiti dell’economia di un Paese.

I lavoratori che restano bloccati in aziende con modeste prospettive salvano lo stipendio, ma vedono tarpate le possibilità di crescita professionale, si sentono in una situazione precaria, sono demotivati e si disaffezionano al lavoro, che per loro diviene solo fatica. Al contrario i lavoratori che possono migrare in società innovative e di successo non solo possono migliorare i loro redditi, ma anche il loro umore perché si sentono anch’essi artefici dei risultati positivi, beneficiano degli investimenti di formazione dell’azienda e sono motivati a investire su sé stessi nella speranza di migliorare la loro complessiva situazione di vita.

La diversa condizione tra i primi e i secondi influenza le scelte di consumo e risparmio delle famiglie, le decisioni di investimento nell’educazione professionale e la capacità di adattamento e integrazione sociale. I capitali che rimangono incastrati in imprese senza futuro non solo non generano rendimenti coerenti con i rischi, ma comportano costi e diseconomie. Le banche creditrici devono dedicare risorse, interne ed esterne, con elevate competenze professionali, specializzate nel seguire le crisi, che potrebbero essere utilizzate in attività di sostegno all’economia maggiormente proficue. Inoltre, se le crisi durano a lungo e divengono numerose, le banche si assuefanno a esse finendo col considerarle una normalità ineluttabile e con l’accettarne le conseguenze negative sui propri bilanci: questo atteggiamento, favorito da condizioni di governance inadeguate, è stato una delle cause delle difficoltà di alcune banche italiane molto concentrate nel finanziamento dell’economia dei territori di insediamento.

In Italia la gestione delle crisi delle imprese è stata a lungo influenzata da una visione imperniata attorno alla tutela del creditore. Gradualmente, dapprima solo per le aziende più grandi e poi un po’ per tutte, è maturata la consapevolezza, riflessa nell’ordinamento, dell’importanza di introdurre tra gli obiettivi la ricerca di soluzioni della crisi che garantiscano la continuità dell’attività imprenditoriale. Il Codice della crisi, che entrerà in vigore nel maggio 2022, è informato a questa visione e ancor più lo è il recente decreto (24 agosto 2021 n.118), emanato per attenuare le conseguenze della pandemia, che offre nuovi strumenti per risolvere le situazioni di temporanee difficoltà finanziarie senza danneggiare la continuità aziendale.

A questa giusta visione siamo giunti un po’ in ritardo e con diverse resistenze, tuttavia ora vi è il rischio che il riflesso della pandemia e le articolate opzioni concesse dal legislatore contribuiscano a promuovere un approccio teso a salvare qualunque impresa che provocherebbe al sistema economico danni ancor maggiori dell’antiquato atteggiamento volto alla liquidazione delle imprese in crisi.

In questo momento è necessario un indirizzo chiaro verso il principio secondo cui un’importante funzione della gestione delle crisi deve essere la capacità di separare le imprese che possono trasformarsi ed essere rilanciate da quelle destinate a soccombere nell’arena competitiva. Questo indirizzo deve essere prima di tutto riflesso in una normativa coerente con gli obiettivi di politica economica. L’incoerenza più evidente, non l’unica, è quella della disciplina dei reati fallimentari che è ancora informata a una visione storica in cui la tutela del creditore è un obiettivo gerarchicamente sovraordinato a tutti gli altri. Sarebbe più conforme agli obiettivi dell’economia aziendale un sistema che, per esempio, incentivi a rimettere nelle aziende in continuità le somme fuoriuscite illecitamente, prevedendo che il versamento di esse sia una condizione di non punibilità.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti