l’italia vista da londra

Nelle sale operative della City il «caso BTp» ora preoccupa più di Brexit

di Isabella Bufacchi


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La City di Londra vista dal ponte di Waterloo (Afp)

3' di lettura

La City of London non è un posto per «Brexiteers». La piazza finanziaria londinese, avversa a qualsiasi forma di Brexit, sta vivendo la trattativa tra il governo May e Bruxelles come una lunga e lenta agonia, angosciata dallo scenario più probabile e il peggiore, fatto di aumento dei costi, perdita di posti di lavoro, crollo del Pil e del mercato immobiliare, caos legale, instabilità politica e tensioni sociali alle stelle.

Eppure, in quegli stessi grattacieli dallo Square Mile a Canary Wharf, il BTp e l’Italia preoccupano in questi giorni traders e investitori esteri più di Brexit.

Il rendimento del BTp giovedì mattina è salito a razzo di 18 centesimi senza motivo apparente, senza scontare notizie clamorose negative e venerdì i prezzi hanno accentuato la caduta solo perché il Governo Lega-M5S sta pensando alla manovra finanziaria: «Agosto è il mese degli scambi rarefatti per definizione, ma come ne uscirà il BTp, che oramai è in perenne crisi di liquidità?», si è domandato un trader, per il quale il mercato dei titoli di Stato italiani non è più lo stesso da quel drammatico 29 maggio quando il movimento dei prezzi e rendimenti dei BoT dei BTp da due anni (dallo 0,89% al 2,43% in una seduta) a dieci anni (salito al 3,10%) fece rimpiangere lo spessore degli scambi del 2011.

Poca liquidità sui BTp
«Sul mercato dei BTp, all’apparenza un maxi-mercato da 1.500 miliardi di titoli, non è più possibile fare uno scambio di una consistenza anche modesta, devi spacchettarlo e poi hai problemi a ricoprirti la posizione, rischi di trovarti ingabbiato senza accorgertene e senza motivo, da un momento all’altro», si lamentava ieri un operatore. Nessuno a Londra ha dimenticato il 16 maggio, giorno in cui uscì l’indiscrezione sulla vecchia bozza di programma del governo Lega-M5S, che chiedeva il congelamento dei 250 miliardi di titoli di Stato italiani nel bilancio della Bce/Banca d’Italia. E che portò il BTp decennale sopra il 2%, soglia sotto la quale da allora non è più ridisceso con costi aggiuntivi per le finanze pubbliche, numeri giganti rispetto ai risparmi su vitalizi e simili.

La City si prepara quindi ad altri shock made-in-Italy. E non per colpa delle fake news, con le quali i mercati convivono da sempre nella forma delle stranote «voci non confermate». La realtà supera spesso la finzione, e ora basta poco, anche un sussulto, per scuotere i BTp gettandoli nel cocktail shaker dei mercati.

Si chiude l’ombrello Bce, e anche quello delle banche
In vista della prima legge di bilancio del governo Lega-M5S, nella City si è accesa la spia «allacciatevi le cinture» per la forte turbolenza in arrivo: agli occhi dei mercati le promesse elettorali dei due partiti come flat tax e reddito di cittadinanza sono incompatibili con gli obiettivi di bilancio già illustrati in Parlamento, salvo smentita nei fatti. C’è di più: traders e investitori esteri temono quel che non si vede, quel che si progetta dietro le quinte con una lunga schiera di consiglieri economici euroscettici e senza scrupoli accorsi alla corte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Qualsiasi deficit sopra quell’1,2% potrebbe rivelarsi ostico da piazzare dal prossimo gennaio, quando sparirà dalla scena la Bce, quel compratore inossidabile che dal marzo 2015 ogni mattina è entrato sul secondario (e continuerà a farlo fino a fine dicembre) a rincuorare i traders con i suoi sistematici acquisti netti di BTp. Dall’anno prossimo Bce/Banca d’Italia si limiteranno a riacquistare i titoli di Stato italiani che andranno in scadenza, e lo faranno senza preannunciare data ed entità degli acquisti. Le banche italiane potrebbero limitarsi a riacquistare i BTp in scadenza, per il chiasso che si fa sulla loro esposizione al rischio sovrano. Con quale premio a rischio, si domanda la City, il Tesoro italiano dovrà collocare le aste delle emissioni nette positive? Altra fonte di tensione in arrivo è il calendario dei rating che prevede l’Italia i l 7 settembre con Moody’s, il 26 ottobre con S&P e il 7 dicembre con Scope.

Quando non è impegnata a calcolare i rischi di Brexit, la City si concentra sul rischio-Italia. L’uscita di scena di Mario Draghi da un lato e un governo populista euroscettico che non chiederebbe mai aiuto al fondo salva-Stati dall’altro lato sono due fattori che depotenziano le OMTs - gli acquisti di bond della Bce vincolati a un programma di aggiustamento dei conti - dileguandone la portata deterrente. E tutto questo si colloca dentro la cornice di un 2019 minacciato dalla mina vagante delle trovate di Trump, l’incognita delle elezioni europee e Brexit: dal rischio-Italia all’euro a rischio visto da Londra il passo è breve.

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