letteratura e diritti

Nera, donna, lesbica: Alice Walker e Chimamanda Ngozie Adichie raccontano le altre storie dell’America

«L’arte è lo specchio, forse l’unico, nel quale riusciamo a vedere la nostra vera faccia collettiva»: scrive Alice Walker. La ristampa di «Il colore viola» della scrittrice statunitense e il pamphlet «Il pericolo di un’unica storia» dell’autrice nigeriana contribuiscono a dare una voce a chi non ce l’ha

di Lara Ricci


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Una scena tratta dal film «Il colore di viola» (Afp)

4' di lettura

«Il potere è la possibilità non solo di raccontare la storia di un’altra persona, ma di farla diventare la storia definitiva di un’altra persona» scrive Chimamanda Ngozi Adichie in un libriccino appena edito: Il pericolo di un’unica storia (trad. di Andrea Sirotti, Einaudi, pagg. 32, € 7). «Mostrate un popolo come una cosa sola, come un’unica cosa, ed ecco che quel popolo diventa quella cosa», aggiunge l’autrice nigeriana, auspicando un «equilibrio di storie», come già il suo compatriota Chinua Achebe.

«Le storie sono state usate per espropriare e diffamare. Ma le storie si possono usare anche per dare forza e umanizzare» aggiunge. Non è un caso che, prima di concludere che «quando rifiutiamo l’unica storia, quando ci rendiamo conto che non c’è mai un’unica storia per nessuno luogo, riconquistiamo una sorta di paradiso», citi la scrittrice Alice Walker, con Toni Morrison la maggiore esponente del «black women’s literary renaissance» in cui culminò la presa di coscienza delle donne afroamericane negli anni 70 del secolo scorso. Un’autrice che ha raccontato gli Stati Uniti non solo dal punto di vista dei neri, ma anche da quello delle donne nere, oppresse non solo dalla violenza dei bianchi e del loro dio, ma pure da quella dei loro stessi uomini, e infine dal punto di vista delle ancora più oppresse donne nere lesbiche, posizione che non le ha risparmiato critiche persino da parte della sua stessa comunità.

«L’arte è lo specchio, forse l’unico, nel quale riusciamo a vedere la nostra vera faccia collettiva» scrive Walker in The same river twice, libro in cui racconta la sua vita dopo aver vinto il Pulitzer e il National Book Award per Il colore viola (1982) e la realizzazione dell’omonimo film di Steven Spielberg. Ritraendo alcune donne afroamericane nate nella Georgia rurale dell’inizio del secolo scorso, Il colore viola, ora riproposto nella nuova traduzione di Andreina Lombardi Bom, sorprende ancora per la sua modernità, in questi anni di sbandierata misoginia e di rinnovate rivendicazioni femminili dopo che lo scoppio del movimento #metoo ha rivelato al mondo fino a che punto le donne siano ancora oppresse dal potere maschile. E amareggia constatare quanto una voce così forte e chiara si sia persa nello spazio e nel tempo.

Il colore viola è la storia di Celie, violentata a 14 anni da chi credeva essere suo papà; dei due figli frutto dell’aggressione fatti subito sparire dal padre che la sposerà a forza a un vedovo; di Nettie, sfuggita allo stupro grazie al sacrificio della sorella maggiore Celie e che quest’ultima crederà morta non ricevendo più sue notizie dopo la fuga da casa. Ma è anche la storia di Shug, femme fatale, prima l’amante del marito di Celie e poi di Celie stessa, e di Sofia, che quando il marito la picchia, picchia più forte di lui. Sofia che non riesce a tacere e a non rendere il colpo nemmeno con i bianchi, e per questo pagherà un prezzo altissimo.

Composto nella forma di un romanzo epistolare, nel Colore viola dapprima Celie indirizza le sue lettere a dio. Imprigionata com’è nel suo stesso silenzio dal paradossale sentimento di colpevolezza che lo stupro e le molestie inducono nella vittima, non riesce infatti a parlarne con nessuno, neppure con dio, se non in forma scritta. Poi, quando scopre che Nettie le aveva spedito centinaia di missive che le erano state nascoste dal marito, inizia a indirizzare i suoi messaggi alla sorella, senza però che questa li riceva, generando così un flusso parallelo di lettere che non raggiungono mai il destinatario.

In una direzione la corrispondenza racconta la durissima vita di Celie e Sofia nella Georgia razzista, nell’altra quella di Nettie, che è finita in Liberia al seguito di missionari neri recatisi a fare proseliti presso una popolazione della foresta, gli Olinka. Anche qui gli uomini stanno a sentire le donne «solo quel tanto che basta per dare ordini», e anche qui arriverà l’oppressione dei bianchi: gli Olinka scopriranno infatti che la terra che abitavano e coltivavano da sempre appartiene a un europeo che vuole crescerci la gomma e che distruggerà l’equilibrio millenario della foresta e i loro mezzi di sussistenza.

L’appassionante resoconto delle gesta di donne che, prima o poi, decidono di essere sé stesse e vivere la loro vita e non quella che gli altri cercano di imporgli, che siano i bianchi, i padri, i mariti, la loro società (vita di cui Celie si approprierà, infine, dopo essere riuscita a dire il dolore e gli abusi che ha subìto) si rivela essere un romanzo sulla «cattiveria che ammazza», sull’odio che deforma la mente. Un testo quanto mai attuale sulla necessità di un cambiamento radicale nel modo di pensare la società e le questioni di genere, perché è sempre valido il monito di James Baldwin: «state attenti a non integrarvi in una casa che brucia».

Il colore viola

Alice Walker

trad. di Andreina Lombardi Bom

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