Imprese & Regole

Nessun immobilismo, ripensare la disciplina delle quotate

di Umberto Tombari

G20 (Reuters)

3' di lettura

Nel Comunicato del luglio scorso dei Paesi del G20 si è sottolineata la necessità di identificare soluzioni innovative per rendere le nostre economie più sostenibili, resilienti ed inclusive; in questa prospettiva si è riconosciuta espressamente l’importanza della corporate governance e dei mercati di capitali per supportare la ripresa. Come indicato anche nel OECD Corporate Governance Factbook del 2021 una buona corporate governance e mercati finanziari efficienti sono sempre importanti, ma lo sono ancor di più in un momento storico nel quale occorre progettare la ripartenza.

Per quanto riguarda il nostro Paese, è tempo per un ripensamento - ad opera del governo ed in particolare del Mef - della disciplina delle società quotate, pur nella consapevolezza che molti dei contenuti attuali sono già in linea con le migliori esperienze globali. Concepita negli anni 90 del secolo scorso con Mario Draghi direttore generale del Tesoro, la normativa contenuta nel TUF è stata rimaneggiata più volte in conseguenza di direttive (da ultimo con la SHRD II), di riforme come quella societaria del 2003 o di esigenze contingenti (la legge per la tutela del risparmio, l’introduzione del voto maggiorato, ecc.). È mancata tuttavia una revisione organica. Nel contesto attuale, si profila innanzitutto l’esigenza di inserire in modo orizzontale alcune novità, come la sostenibilità ed i possibili impatti dell’intelligenza artificiale sulla disciplina degli emittenti (come strumento di supporto dell’organo amministrativo e della struttura organizzativa, ad iniziare dalla compliance). Non vi è dubbio che il principio della sostenibilità e quello del “successo sostenibile” dell’impresa sono già entrati nel nostro ordinamento: dalla disciplina sulle dichiarazioni non finanziarie agli artt. 123 ter e 124 quinquies, TUF sulla politica di remunerazione del management e sulla “politica di impegno” degli investitori istituzionali. E il nuovo Codice di Corporate Governance pone il “successo sostenibile” come obiettivo del cda. Siamo in presenza, peraltro, di interventi non sempre ben coordinati e comunque caratterizzati da momenti di ambiguità. Lo stesso rapporto tra legge e codice autodisciplina deve essere analizzato in modo più consapevole, chiedendosi cosa vogliamo che sia demandato alla soft law e cosa alla hard law. Può darsi che il sistema attuale sia il “migliore dei mondi possibili”, ma una riflessione può certamente aiutare. Esistono poi numerosi temi specifici che potrebbero essere affrontati. Così, è da chiedersi se la legislazione sull’assemblea virtuale in periodo di Covid possa rappresentare un modello anche per l’era post-pandemica. Sempre a livello di governance, occorre interrogarsi su come rendere: 1) più appetibile il sistema monistico, ossia una figura tanto diffusa a livello globale, quanto ancora trascurata nella nostra realtà; 2) più razionale l’attuale “babele” dei livelli di controllo (tra organi interni e soggetti esterni). Sul delicato fronte della MAR, sarebbe opportuna una presa di posizione sui confini dell’informazione selettiva tra gli amministratori e l’azionista capogruppo o di controllo. Infine l’Opa. Al di là di alcune scelte di vertice (ad es., sul grado di contendibilità) si rendono necessari chiarimenti su fattispecie cardine della disciplina: dal “concerto”, alle esenzioni da Opa obbligatoria (nella prassi sono frequenti pericolosi “balletti” intorno alle soglie rilevanti), sino alle fattispecie delle difese di cui all’art. 104 TUF (chiedendosi anche se in caso di violazione di quest’ultima normativa si pregiudica la validità della decisione consiliare o si riduce tutto all'inutile piano del risarcimento del danno).

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Ripensare in modo critico ed organico la disciplina delle quotate è dunque compito non più eludibile se vogliamo un “sistema paese” attrattivo ed in linea con le complesse sfide del futuro. Ed in questa prospettiva dovrà essere perseguito anche l’obiettivo di incentivare l’accesso al mercato dei capitali delle Pmi ad alto potenziale di crescita (v. ad es. il Report del Technical Expert Group on SMEs). Si è consapevoli che una revisione dello statuto giuridico degli emittenti dovrà considerare le molteplici evoluzioni a livello Ue (a partire da quelle sul corporate purpose e sui doveri fiduciari degli amministratori). Ma questo non deve fornire un alibi all’immobilismo. Solo se iniziamo a valutare il nostro impianto normativo alla luce della realtà attuale e delle riflessioni in atto, il nostro Paese potrà efficacemente recepire eventuali modifiche normative di derivazione europea e soprattutto sarà in condizione di influenzare il dibattito in corso, anche in sede di revisione degli OECD Principles of Corporate Governance del 2015.

Nello scenario globale caratterizzato dalla pandemia in corso, da crisi climatiche devastanti e da fenomeni di diseguaglianza sociale non più sostenibili, la grande impresa ha una responsabilità senza precedenti. La stessa dialettica tra le corporation e gli Stati nazionali è destinata a cambiare significativamente. La riforma delle società quotate può essere un banco di prova per questa sfida.

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