la vita dopo il lockdown

Roberto Vecchioni: «Nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano»

Roberto Vecchioni, il professore della musica italiana, racconta la sua città che ricomincia a vivere. E a proposito della sua dimensione sociale dice: «Non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo»

di Raffaella Calandra

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Roberto Vecchioni, il professore della musica italiana, racconta la sua città che ricomincia a vivere. E a proposito della sua dimensione sociale dice: «Non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo»


3' di lettura

Dal terrazzo all'ottavo piano di casa sua, Roberto Vecchioni ha continuato ad osservare “con occhi innamorati” la sua Milano. E ora che anche il capoluogo lombardo sta lentamente ripartendo, tra paure, freni alla movida e interrogativi sul futuro, il professore della musica italiana ha ripercorso per IL e Radio24 il lungo lockdown, le chiusure, il silenzio e non ha dubbi: «Milano non può fare a meno della sua vita sociale, della sua rete di relazioni. Milano è la forza delle sue persone e dovrà andare avanti, seguendo il suo motto di sempre “tiremm innanz'”, andiamo avanti».

Questa città vive delle sue relazioni, degli incontri che diventano occasioni e progetti. Tutto questo è stato fermo e ora è fortemente rallentato. Cambierà, secondo lei, il modo di vivere di Milano?
«Milano intanto è l'unica città italiana, gli altri sono paesoni. Non è grandissima, ma in qualità è l'unica vera città in Italia. E questo non lo dico, per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest'emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L'arte, l'economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano».

Milano fino a ora ha vissuto appunto di relazioni, sono sempre state questa la sua forza e ora questa socialità è limitata. Come immagina il superamento di questa fase?
«I milanesi avranno la capacità di riprendersi, ma come tutti i lombardi hanno anche la capacità di rischiare. Sanno di dover andare avanti, anche accettando qualche rischio. Sulla bilancia, ci sarà da una parte la possibilità di una malattia, dall'altra la necessità di riprendere loro vita».

Anche quella sociale, com'era prima? Anche dopo che per mesi è stata sostituita da social e video chiamate?
«Non può mancare. È come se uno si svegliasse a Genova senza mare. Per Milano, il suo mare è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo. Sarebbe come per Genova o Napoli perdere il mare, o come se Roma non avesse più le sue chiese. L'altezza di Milano è la forza attiva delle persone. E la possibilità di prendersi una malattia – rispettando ora tutte le misura di sicurezza - pesa meno delle conseguenze di non muoversi. Chi è fermo, è finito».

Ci sono anche state polemiche, soprattutto all'inizio dell'emergenza, su questi inviti a non fermarsi. Quindi, secondo lei alla fine questo prevarrà anche sulle paure?
«La natura di Milano è quella di non stare mai ferma. Di essere viva così... Per parlare di Milano, bisogna vivere qui, non ciacolare da fuori».

In questi mesi, a volte si è sviluppata quella che i tedeschi chiamano “Schadenfreude”, soddisfazione per le sventure altrui. Per le sventure di Milano, la città-modello, che da anni è (era) in un momento di particolare splendore…
«Si chiama invidia, è l'invidia davanti ad una città così grande e così capace di trascinare il resto d’Italia. È come se fosse la favola della formica e la cicala al contrario».

Lei durante il lockdown ha scritto un romanzo…
«Uscirà a settembre, un romanzo sugli anni Ottanta. Niente a che vedere con l'emergenza».

Anche allora, in un certo senso, però, Milano ripartiva dopo gli anni del terrorismo. Milano si è ricostruita tante volte. Quale sarà ora la sua parola d'ordine?
«Quella di Amatore Sciesa, patriota delle Cinque Giornate di Milano. Quando gli austriaci, mentre lo conducono al patibolo, gli fanno vedere moglie e figlio per farlo soffrire, lui risponde: “tiremm innanz'”. Andiamo avanti. Questo è da sempre il motto di Milano».

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