Cassazione

Nessun risarcimento se la foto spot per l’hotel finisce in cronaca

Per i giudici non c’è la prova della lesione al decoro e alla dignità per la pubblicazione, accostata alla notizia hot, della foto fatta anni prima in accappatoio solo per fare pubblicità alla struttura alberghiera

di Patrizia Maciocchi

(Mimmo Frassineti / AGF)

2' di lettura

Una foto in accappatoio fatta per pubblicizzare il centro benessere di un tranquillo hotel di provincia che, anni dopo, finisce nelle pagine della cronaca locale, nell’ambito di un’inchiesta su giovani squillo al salone di bellezza dell’albergo. Il titolo del quotidiano locale non lasciava dubbi sul tenore del pezzo dedicato alla «Sauna a luci rosse», nel quale si dava notizia di un blitz della polizia che indagava su un giro di prostituzione. Comprensibile lo sconcerto della signora che, anni prima, si era prestata a farsi fotografare in accappatoio per fare pubblicità all’hotel della zona, e ora vedeva la sua immagine usata dal quotidiano locale, a corredo di un pezzo su uno scandalo hot. I giudici tuttavia negano il diritto al risarcimento chiesto per diffamazione e lesione della privacy.

L’accostamento con una storia hot

Danno che la difesa considerava presunto, vista la tiratura del giornale, la sua diffusione nel contesto sociale nel quale la donna viveva e il disagio, il turbamento e l’imbarazzo provato da quest’ultima «per essere stata accostata ad una vicenda di meretricio».

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Per la Corte d’Appello però il giornale deteneva legittimamente la foto, per averla realizzata a suo tempo, mentre la pubblicazione, in abbinata con il pezzo sul “fattaccio”, era frutto di «un errore incolpevole, senza significativi effetti dannosi per il soggetto ritratto nella foto «con riguardo alla sua posizione sociale e relazionale». Una decisione che la Cassazione (sentenza 29030) avalla, considerando non provato il danno. Ad avviso dei giudici, si poteva dedurre dagli atti, che nessuno dei conoscenti della signora aveva mai messo in dubbio la sua serietà e l’estraneità ai fatti raccontati nell’articolo. Quanto alle numerose richieste di chiarimenti che erano state rivolte alla “modella” i giudici avevano stabilito che potevano aver creato solo «un trascurabile imbarazzo». Altri argomenti usati per negare il risarcimento, erano il luogo aperto al pubblico nel quale era stato allestito il set fotografico e la non rispondenza tra il carattere delicato e raffinato della foto pubblicata, con la natura torbida della notizia. Senza successo la ricorrente evidenzia invece gli elementi utili a generare confusione nei lettori. Nell’articolo si parlava dell’attività di prostituzione all’interno del centro benessere, dotato di 15 stanze con sauna, idromassaggio e arredate con cura. A completare la descrizione c’era la foto della ricorrente all’interno della sauna.

La lesione dell’onore e della reputazione

Per la difesa della donna il collegamento era immediato, tanto da far scattare la diffamazione a mezzo stampa. Un reato configurabile quando la foto è tale da trarre in inganno o idonea a creare equivoci sulla realtà dei fatti o induce ad associare a questi una persona estranea. Ad avviso della ricorrente i giudici avrebbero dovuto considerare che la foto era stata fatta in un set non aperto al pubblico, e che comunque non era in gioco l’acquisizione dello scatto ma il suo utilizzo, tra l’altro non scriminato dal diritto di cronaca che va esercitato nel rispetto dell’essenzialità dell’informazione e dunque senza il coinvolgimento di persone estranee ai fatti narrati. Argomenti tutti respinti al mittente dalla Suprema corte. Dirimente, per i giudici di legittimità è, infatti, l’assenza del danno, sia rispetto alla lesione della diritto alla riservatezza sia per quello relativo all’onore, al decoro, alla dignità e alla reputazione.

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