Microcosmi

Nessuna città è smart a prescindere dal suo territorio

di Aldo Bonomi

(hin255 - stock.adobe.com)

3' di lettura

Cerignale, comune polvere di 123 abitanti in cima alla Valtrebbia dove ogni agosto per la tenacia del sindaco Castelli si ragiona del destino delle terre alte, guardando in basso ai capannoni del polo logistico piacentino dei conflitti tristi tra camionisti e facchini nell’epoca dei padroni dell’algoritmo. Treia, piccolo comune dei Sibillini dove a settembre con continuità Symbola organizza il forum dei piccoli comuni, guardando giù al distretto degli scarpari e all’eccellenza della Tod’s e su verso gli Appennini del terremoto. Non sembri il solito microcosmo bucolico. Sono due cartelli segnaletici delle differenze territoriali, della geografia territoriale poco presa in considerazione dalla scienza triste se non quando diventa “fiume di gilet gialli” o buon ritiro nei borghi nell’estate del caldo da “febbre gialla” di questo agosto. Cartelli che indicano la strada per progettare un buon Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) di coesione sociale e territoriale, nel salto d’epoca della crisi ambientale e del digitale.

Non facciamo l’errore delle grandi agenzie di consulenza a base urbana e del capitalismo delle reti delle piattaforme per le terre basse, di tracciare solo nodi di reti urbane, poi tanto il contado seguirà con progetti di risarcimento delle aree interne. Non c’è smart city senza smart land, ce l’ha insegnato la pandemia nella dialettica feroce del contagio tra il pieno e il vuoto della distanza fisica. La sfida è riprogettare il digitale come innovazione diffusa, la smart land come nuova matrice di governance territoriale, l’umanesimo industriale come green economy nelle piattaforme. I cartelli di Cerignale e Treia ci segnalano che il territorio italiano per il 60% è fatto di piccoli comuni che si addensano e affacciano nella Val Padana dell’agricoltura intensiva e della fabbrica diffusa da Torino a Trieste e sono l’ossatura dell’Appennino, dall’Italia di Mezzo
del Rinascimento sino al Mare Mediterraneo. «Tali montagne
si spingono nel mare» scrive Braudel, rammentandoci che
«essere stati è una condizione per esserci».

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Le imprese attive nei piccoli comuni sono quasi 900mila e gli addetti nel settore extra agricolo sono oltre due milioni al lavoro nella risalita a salmone della manifattura di 87mila imprese. Nell’agricoltura operano 279mila imprese che, come ha evidenziato uno studio Symbola-Coldiretti, sono terra manutenuta e lavorata che produce il 92% delle produzioni tipiche nazionali. Non a caso a Cerignale si discute ogni anno guardando alle terre basse del piacentino, come tenere assieme le fagiolane del piccolo comune presidio Slow Food in sincretismo tra Amazon e le false cooperative dell’indotto della logistica, le vere cooperative del gutturnio, la coppa piacentina e il distretto del pomodoro…Contraddizioni dello sviluppo accentuate dalla pandemia e dal controesodo dal pieno verso il vuoto infatti, da rilevazioni sul mercato immobiliare le ricerche di case di campagna nei borghi e nei piccoli comuni sono aumentate del 29% e si consolida la tendenza già in atto da tempo, del fenomeno dei ritornanti che interessa i giovani. Micro-tendenze da civiltà materiale in metamorfosi per il mangiare, l’abitare, accentuate da facili retoriche dell’andare a vivere in campagna e vai con lo smart working per pochi ma utili, per capire una questione nodale per tutti. Tenere assieme crisi ambientale e digitale nel Pnrr non potrà prescindere dal mettere al centro i territori del margine dello sviluppo del ’900 che si fanno centro della questione ambientale. Non è solo questione di risorse come acqua, aria, verde da tutelare, ma di salto di paradigma dalla smart city alla smart land.

Il geografo De Matteis aveva già colto l’intreccio paradigmatico tra città e contado nel passaggio dalla città infinita alle metromontagne, città metropolitane che nel loro divenire non potevano prescindere dalle zone rurali e dalle montagne dei piccoli comuni. Con smart land s’intende segnalare e far riflettere, sull’inversione concettuale del pendolo dal contado verso la città e della transizione dei processi e delle strutture della governance dell’urbano regionale che vede la dimensione del territorio contaminare la città, in tal senso il margine si fa centro e ha senso partire da Cerignale per ripensare la logistica a Piacenza e la metropoli padana, cosi come da Treia si ripensa l’Italia di Mezzo e la ricostruzione post terremoto. Le piattaforme territoriali non sono solo piattaforme produttive, ma geocomunità del vivere e dell’abitare. La pandemia ci ha interrogati sul destino delle città mondo che non sono il mondo, ci ha disvelato le fragilità di Milano, ferita nel suo divenire città mondo. Ha ben intuito Cristina Tajani, viene avanti l’epoca delle Città prossime soprattutto nell’Italia delle cento città e degli 8mila comuni. Mettiamoli in mezzo nel progettare il Pnrr e forse è il momento anche delle Regioni di assumere voce nel ripensare le piattaforme del vivere e del lavorare
nell’urbano regionale che verrà.

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