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Nessuna moda maschile è un’isola

Dalle sfilate del 2022, tra Milano e Parigi, emergono chiare due esigenze, confermate dal programma di Pitti: da una parte si celebrano individualità e diversità, dall'altra si creano ponti e connessioni tra persone, epoche e tradizioni

di Angelo Flaccavento

4' di lettura

In tempi di storytelling sovrano, il tema – guai a chiamarlo concetto, che qui non si filosofeggia – è fondamentale. Crea una cornice, fluidifica e contestualizza la comunicazione. Da sempre Pitti Uomo basa l’allestimento della fiera e degli spazi espositivi, nonché le campagne che le amplificano sui diversi mezzi di comunicazione, su una idea tematica, che di rado c’entra o ci azzecca con l’offerta negli stand, ma che non di meno significa, frontalmente o forse solo di traverso.

Il tema della edizione 102, che si apre oggi a Firenze, è Pitti Islands, e ruota intorno all’idea dell’isola come punto fermo, ovvero, secondo la release ufficiale «un punto di incontro e di confronto. Un’isola come uno spazio concentrato, laboratorio che sperimenta, amplifica, diversifica. Un’isola che non si isola, ma che si rapporta con la terra ferma in uno scambio continuo, in un colloquio costante di spirito e di percorso». Che l’insularità iperconnessa sia un aspetto nodale della cultura contemporanea è un lapalissiano dato di fatto: le isole espressive e personali sono collegate da reticoli fittissimi, fino a formare un amalgama pressoché unico. La moda, di suo, è un’isola magnetica capace di fagocitare di tutto e produrre un linguaggio proteiforme che è influenzato e insieme influenza i movimenti sociali e culturali. Ma la moda è anche un arcipelago di piccole isole e atolli autosufficienti, centri nevralgici di visioni conchiuse, le quali adesso di toccano, aprono e dialogano in modi un tempo impensabili.

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La moda, insomma, coltiva l’insularità mentre la supera. Non è un caso che in questa edizione isolana di Pitti il guest designer sia Grace Wales Bonner con il suo marchio Wales Bonner. Alla base del progetto, nato nel 2014, c’è infatti il rispetto e l’esplorazione di quella sartorialità che ancora, in maniera forse limitativa, viene associata al mondo di Pitti nella sua espressione più autentica. Wales Bonner, però, conduce una ricerca sottile nella quale, attraverso styling e casting, la sartorialità è usata per decostruire stereotipi machisti invece che solidificarli. La giovane designer propone una visione morbida, pacatamente opulenta della maschilità, con una particolare attenzione all’iconografia black e al metissage di heritage britannico e spirito afroatlantico. Va pur detto che nulla di tutto ciò è dirompente, nel 2022. Wales Bonner non è forse più il gusto del momento: questo approccio liquido ormai è comune. L’impatto sediziosamente elegante dei suoi primi show, arrivati ben prima della curva inclusiva e afrocentrica che adesso dilaga, si è stemperato. Eppure il processo di decostruzione iconografica attraverso la costruzione sartoriale ha ancora un peso. In effetti la moda maschile, terminato il lungo trip dello sportswear e delle felpe, esplora adesso con rinnovata verve i codici della sartorialità, producendo immagini nulla affatto normative.

Si riparte dal classico ma, come Jeff Goldblum che esce dall’acceleratore atomico ne La mosca di David Cronenberg, è un classico che non torna del tutto, o non torna proprio per niente. Le declinazioni sono innumerevoli: le accomuna un rigore sedizioso invece che contenitivo, e poi il nero, erotico invece che talare. Persino il cappotto da scolaro di Tod’s ha un che di interrogativo invece che di rassicurante. Da Gucci hackeraggio e appropriazione portano la simbologia delle tre strisce ginniche sul più preciso degli abiti formali, mutandolo nel significato ma non nel disegno - in collaborazione con Adidas. Il grigio pallido ed estenuato, espressione di chic francese, da Dior è un clichè femminile che Kim Jones traduce al maschile mantenendone la grazia ma aggiungendo un fremito erotico. È sufficiente una camicia sbottonata, o la vita segnata, a clessidra, dei blazer ispirati alla bar jacket del New look, per sparigliare le carte.

Il damerino di Fendi pesca il doppiopetto, il frac e il cappotto di cammello nel guardaroba del nonno, il filo di perle e i gambaletti di pizzo in quello della nonna, le scarpe con il cinturino nei ricordi dell’asilo, e attraversa un buco spaziotemporale che tutto sconvolge, sicché nulla è più come prima. Altrove la sartorialità ridisegna la figura dell’eroe, ovvero ingegnerizza e ipersessualizza il corpo o la sua idea. Il suit di Loewe si fa minimo per evidenziare la muscolatura guizzante. Da Y/Project, il nudo scultoreo è un trompe l’oeil optical che omaggia una storica trovata di Jean Paul Gaultier.

Miuccia Prada e Raf Simons, co-direttori creativi di Prada, si concentrano sul vestito come uniforme legata al ruolo e al lavoro, disegnando un maschio utopico-distopico intabarrato in pastrani da nomenklatura e tute operaie. Rick Owens è il monarca assoluto della notte più fosca e disturbante. La tensione ineluttabile che percorre il suo lavoro nasce dalla frizione tra l’eleganza pura e brutale delle linee e una corrente palpabile di compiaciuta immoralità, un mix di purezze decò e sconcezze da sex club, risolte in silhouette solenni.

È solenne e superomistico, con un frisson medievale da Nome della rosa, il guardaroba multiculturale immaginato da Serhat Isik e Benjamin Huseby per Trussardi: una visione lontana eoni, di modi e di stile, dalla Milano da bere delle origini. Altrimenti è pura mutazione di categorie, tanto più dirompente quanto meno è urlata, come proposto da Alessandro Sartori per Zegna, in una riscrittura fluida di forme e di usi. Come che sia, la sartorialità, eterna fenice, torna di nuovo a far paio con modernità. E via da capo, di isola in isola.

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