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Nessuno si salva da solo: l’eco della Costituzione nelle parole di Mattarella

Con poco più di tre righe il Presidente della Repubblica ha dato voce a uno dei principi inviolabili della nostra Costituzione

di Oreste Pollicino

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(ANSA)

Con poco più di tre righe il Presidente della Repubblica ha dato voce a uno dei principi inviolabili della nostra Costituzione


4' di lettura

«L’Italia sta attraversando una condizione difficile e la sua esperienza di contrasto alla diffusione del coronavirus sarà probabilmente utile per tutti i Paesi dell’Unione Europea. Si attende quindi, a buon diritto, quanto meno nel comune interesse, iniziative di solidarietà e non mosse che possono ostacolarne l’azione».

Con poco più di tre righe il Presidente della Repubblica ha dato voce, e voce assai ferma, e ben udibile a Bruxelles ma anche Francoforte, sede della Banca Centrale europea, a uno dei principi inviolabili della nostra Costituzione. Quello previsto dall’articolo 11 dove si legge, tra l’altro, che «l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni».

In uno dei momenti più difficili della nostra storia repubblicana, Mattarella ricorda a chi di dovere, e ogni implicito riferimento al Presidente della Bce Christine Lagarde è puramente voluto, che il processo di integrazione europea si fonda sui principi di solidarietà, sovranità condivisa e di mutuo soccorso nel momento del bisogno.
Quei riferimenti alla pace e alla giustizia tra le Nazioni che i nostri Padri costituenti avevano pensato per l’adesione dell’Italia alle Nazioni Unite, in tempi di coronavirus che tramortisce (e uccide) una società anche mediaticamente interconnessa, in cui un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce, si traduce nella necessità che l’Unione europea, prima ancora che con fatti concludenti, scelga le parole più adeguate per ridurre e non aggravare l’impatto economico della crisi.

Le parole contano sempre, e contano ancora di più nei momenti più delicati. Quindi, in un momento funesto come quello che l’Italia (e l’intero globo) sta vivendo, quel «non siamo qui per ridurre gli spread, non è compito nostro», in risposta, peraltro, ad una domanda relativa all’Italia, pesa quanto un macigno. Una sciagura comunicativa che non solo ha comportato la chiusura sanguinosa delle borse, a cominciare da Milano, dei Paesi più in difficoltà dell’eurozona ma, ed è forse ancora più grave, ha veicolato un messaggio esiziale per la tenuta del processo di integrazione europea. Vale a dire quello dell’abbandono nel momento di necessità, in spregio al valore di solidarietà che è un architrave non solo nella nostra Costituzione, ma anche nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e, più in generale, del costituzionalismo europeo che si fonda sui principio di dignità e di unità nella diversità.

Non ci poteva essere, per un intervento che non ha precedenti nei rapporti tra Presidenti della Repubblica di Stati membri e governatore Bce, momento migliore: quello della crisi in cui le prerogative presidenziali vengono da sempre enfatizzate nella nostra forma parlamentare.

Ma non ci poteva essere neanche un Presidente della Repubblica più adatto per poterlo fare. Nessun Capo dello Stato al pari di Mattarella ha dimostrato di credere cosi autenticamente al progetto di integrazione europea, alle responsabilità in capo agli stati membri per alimentare quel progetto con rinunce a segmenti significativi della propria sovranità, come sancito dal ricordato dall’articolo 11 della Costituzione. Abbiamo ancora tutti ben presente la fermezza con cui, al momento della formazione ed insediamento del governo gialloverde nel maggio 2018, il Capo dello Stato ha impedito la nomina di un ministro per gli affari europei che rischiava di mettere in discussione quella rinuncia parziale alla nostra sovranità in nome del progetto europeo, sancita appunto, dalla Costituzione. Ed è proprio chi si è sempre battuto per il rispetto del nostro principio costituzionale di apertura all’Unione europea che può ora permettersi di alzare i toni per reagire a quanto affermato da una rappresentante istituzionale della stessa Unione che sembra non ricordare che in gioco vi sono un patto di mutua solidarietà e un interesse, come lo definisce giustamente lo stesso Presidente, comune.

Che sia solo gaffe mediatica della Lagarde o che si celi un problema strutturale della dimensione intergovernativa dell’Ue che non riesce ad andare nel momento della crisi oltre i biechi interessi nazionali, non è una questione che può essere qui affrontata; c’è forse lo spazio però per una riflessione conclusiva.

Non si provi in nessun modo ad interpretare l’intervento di Mattarella come un tardivo stop ai burocrati di Bruxelles ed alla famigerata troika che starebbero manovrando i fili della finanza internazionale, spogliandoci della nostra sovranità. Tale lettura, che sarebbe comunque errata in un momento di fisiologia del sistema, perché semplifica e radicalizza un conflitto seppure esistente, in questo momento di acuta patologia, non solo istituzionale, sarebbe deleteria, perché teorizzerebbe un superamento della crisi in solitaria.

Sappiamo bene però che nessuno si salva da solo.
L’Italia ha un estremo bisogno dei migliori slanci solidaristici dell’Unione europea, ma anche per quest’ultima è fondamentale poter contare, come al momento effettivamente, per fortuna, è il caso, su un Italia fermamente e irreversibilmente radicata alle sue radici europee.

In tutto questo, la notizia che la Commissione europea sembra pronta a sospendere gli aggiustamenti di bilancio in caso di contrazione severa del Pil non sembra essere molto lontana da quella che si chiama reazione ad una sollecitazione costruttiva.
Anche per questo dobbiamo essere tutti molto grati al nostro Presidente della Repubblica.

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