Viaggio semi-gastronomico

New York e Chicago, ecologia, cultura liberal e grande freddo

di Simone Filippetti


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(william87 - Fotolia)

7' di lettura

Atterrare a New York, curiosa associazione mentale, fa sempre ricordare una vecchia canzone degli U2: Angel of Harlem. «It was a cold and wet december day / when we touched the ground at JFK».  Evoca grandi nevicate, lunghi inverni, e il fumo denso dai tombini della Grande Mela, la città più grande e vibrante d'America: 8 milioni di persone non possono sbagliarsi, si legge nella guida Lonely Planet. E come dargli torto. A John Kennedy, JFK, il presidente assassinato, hanno dedicato l'aeroporto più grande della città, quello da dove arrivano i voli intercontinentali da tutto il mondo. Otto terminal, il colosso Delta ne ha uno tutto per sé: è una città dentro la città.

Un brusco risveglio
New York è la vera capitale, economica, morale e materiale dell'America, il cuore pulsante del paese. Washington, la capitale politica e ufficiale, è un luogo finto, nato a tavolino. E New York si è svegliata frastornata, incredula e triste  la mattina del 9 novembre. Anzi, non era andata a letto per niente nella infinita e struggente notte del Jacob Javits Center, il gigantesco centro congressi che Hillary Clinton aveva affittato, certa della vittoria. Come certi della vittoria e tutti pronti a festeggiare erano anche le migliaia di sostenitori che affollavano il locale; e che invece sono usciti alla spicciolata in lacrime, man mano che gli scrutini disegnavano il peggiore degli incubi. New York è la culla dei liberal, della cultura progressista e l'avamposto dei Democratici, ma è anche la città del futuro presidente: Donald il parvenu miliardario dalla pettinatura improbabile vive sulla Fifth Avenue, il cuore dello shopping e del lusso, nella eccessiva e fantasmagorica Trump Tower (un  tripudio di ottone e kitsch).  Già la notte stessa delle elezioni, a urne ancora aperte,  il grattacielo è stato blindato e circondato da giganteschi camion carichi di sabbia (anti-attacchi terroristici) Natale e la shopping season era alle porte, e Tiffany, il palazzo accanto a quello di Trump, che è tutto uno sfavillare di luci, pare non abbia gradito quei bisonti della strada a infastidire e scacciare i clienti.

New York e Chicago, ecologia, cultura liberal e grande freddo

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Ogni racconto dell’America non può che partire da qui, da New York. Ma è lontano dalle luci abbaglianti e dalle folle oceaniche di Times Square, via dalla città multietnica e cosmopolita, che bisogna andare per capire l'America vera, quella classe media che è corsa in massa a votare un tycoon, star televisiva dei Talent Show e controverso imprenditore immobiliare. Questo non è un diario politico; piuttosto un viaggio, scandito da pause gastro-curiose, tra aeroporti e autostrade. Lungo quelle arterie che sono lo scheletro pulsante di un paese-continente e dove ogni giorno transitano decine di milioni di persone comuni e anonime: il paese reale. Prima di lasciare la Grande Mela, è però d'obbligo assaggiare un Pastrami: piatto tipico di New York, da una originaria ricetta ebraica. È una sorta di roast beef millefoglie e super speziato con cui si farcisce un sandwich fatto di pane in stile Bagel (la famosa ciambella salata dalla mollica molto compatta e solida). Lo si trova un po' dappertuto in città, il Pastrami: nei chioschi, assieme al classico hot dog e ai Pretzel, che affollano ogni incrocio del centro. Ma il Pastrami più buono, è da Katz, nella zona di Houston: storico diner gestito da generazioni di ebrei, con gli arredi rimasti agli anni '30 e le pareti ormai sovraffollate di foto di celebrità che non hanno resistito al loro succulento panino.

Piccolo, ma trafficato ed efficientissimo
Il LaGuardia, alla estremità nordest dei Queens, di fronte all'East River, era il vecchio aeroporto di New York: costruito nel 1929, prima che aprisse quel mastodonte del JFK e dedicato a Fiorello La Guardia, sindaco di New York negli Anni '30, l'italoamericano più famoso d'America prima di Frank Sinatra. Oggi fa quasi sorridere: minuscolo, una sola stanza, niente negozi o boutique. Qualche scaffale con snack, bibite e giornali. Ma è comodissimo (tempi di imbarco inesistenti) e, soprattutto, trafficatissimo: 30 milioni di persone per una sola pista e una manciata di gate. Da qui partono tutti i voli nazionali, per le città della profonda provincia. I turisti e gli uomini d'affari internazionali atterrano a JFK; i pendolari e l'America di tutti I giorni volano da qui. La prossima metà è Chicago. Atterrando di notte, la visuale dall'alto è mozzafiato. Assoluto e maestoso rigore urbanistico: la selva di grattacieli di Downtown che risplendono nel buio, un ammasso luminescente di acciaio e cristallo, dominato dalla Sears Tower (che fino al 1998 era il grattacielo più alto al mondo, poi superato dalle Petronas Towers di Kuala Lumpur); la perfetta e algida  geometria dei suburbs, zone residenziali a perdita d'occhio, milioni di villette e schiera tutte uguali; e dall'altro lato, la sagoma scura e minacciosa, del lago Michigan (che in realtà è un mare, se non fosse di acqua dolce). Se la chiamano “Second City” (perché la prima è appunto New York) un motivo ci sarà. Sempre un passo avanti, sofisticasta al limite dello snob, con un'anima super ecologica (hanno i cestini pubblici a pannelli solari: compattano le cartacce, così i camion devono fare meno ritiri), kids-friendly, la città del Proibizionismo e di un altro italiano famoso (o famigerato), Al Capone, gelida per molti mesi l'anno per colpa del lago che porta i venti glaciali che arrivano dal Canada e dalla Baia di Hudson, arrivando la sera non ha la calorosa accoglienza di New York. Ma nasconde una vivibilità eccezionale: è una metropoli a misura d'uomo, un ossimoro. Parchi, musei, decine di chilometri di piste ciclabili e pedonali, la famosa EL, la metropolitana sopraelevata che assieme al “Fagiolo” e alla fontana interattiva di Anish Kapoor sono le due attrazioni più amate dai bambini.

Benvenuti nella parte liberal del Midwest
Chicago è un'altra roccaforte liberal, ma è già Midwest: stato dell'Illinois, profonda provincia appunto. Le  sue campagne sono la Corn Belt (la fascia del grano), quella che negli ultimi anni è diventa pure la culla dei TeoCon, i conservatori ultra religiosi: Bibbia e Trattore. L'America è una dicotomia: campagne conservatrici, metropoli progressiste. Chicago, poi, per 8 anni è stata anche la seconda capitale degli Stati Uniti, la città di Barack Obama e di Michelle. Tutti gli occhi del mondo puntati addosso. L'ormai quasi ex (mancano  pochi giorni) presidente, primo nero alla Casa Bianca, insegnava alla Law School (università di Chicago)  e qui tornerà a vivere dopo che avrà lasciato Washington.

La ricerca, il progresso plasmano così tanto il mood della città, che la diversità la cogli già atterrando: è l'unico al mondo dove si mangiano verdure coltivate direttamente in aeroporto. Dentro il gigantesco O'Hare International, nel Terminal 3, hanno creato un Urban Garden. Ispirati dalla First Lady che ha trasformato i giardini della Casa Bianca in un orto a Km Zero, hanno costruito un giardino artificiale. Proprio in mezzo al Concourse, il grande atrio dove passano i viaggiatori, ci sono decine di colonne, alte quasi 2 metri e mezzo. Ognuna è piena di buchi; in ognuno c'è un vaso che contiene una piantina o una verdura. Uno sopra l'altro, formano una sorta di piantagione verticale, che occupa 980 metri quadrati. Un campo dentro un aeroporto. La parola è aeroponica e sembra fantascienza, di essere dentro la base lunare di Spazio 1999: è un metodo innovativo per coltivare piante solo con acqua e sali minerali, senza bisogno di terreno o suolo.

I cuochi vanno nell'orto e raccolgono bieta, erba cipollina, lattuga, basilico, peperoncini, fagiolini, coriandolo, origano e prezzemolo. Prodotti freschi e biologici, che finiscono nelle cucine di quattro ristoranti dell'aeroporto, che spaziano tutta la cucina mondiale: il messicano Torta Fronteras, il sushi Wicker Park, l'italiano Tuscany e I classici hamburger del BlackHawks. Ingredienti che sono serviti nei piatti dei viaggiatori che mangeranno con del cibo coltivato direttamente in loco, che non ha percorso nemmeno un metro in camion, non ha trascorso nemmeno un minuto in una cella frigo e non ha consumato nemmeno una goccia di petrolio per arrivare in tavola. Impossibile resistere alla curiosità di provare un piatto “Green”, in tutti i sensi: di verdura ed ecologico. La scelta cade sul sushi: l'Hot Night Roll del Wicker Park è farcito con Jalapeno e Coriandolo colti all'Urban Garden. Alla fine della cena, il palato e la coscienza civica sono entrambi molto soddisfatti.

Il tempio della sostenibilità
L'Urban Garden non è solo la punta più avanzata dell'alimentazione sostenibile (in un posto, gli aeroporti, che sono inni all'inquinamento e allo spreco) , ma anche un modo per educare è istruire i viaggiatori, che potranno trascorrere il proprio tempo all'interno di una bellissima oasi verde dove godere di un po' di relax. Racchiude lo spirito della città. Per ora è solo una piccola parte, sperimentale che coinvolge una manciata di ristoranti e di questi solo una parte del menù. Il bello è che non è una tecnologia americana: ci sono gli italiani dietro l'aeroporto Green. E poi si dice che nel nostro paese si fa poca innovazione (se ne fa poca dentro I confini nazionali). L'Urban Garden è un'idea di Autogrill, che gestisce tutti i ristoranti dentro al Terminal. Sono I designer di Rozzano, profondo hinterland di Milano, che hanno sviluppato il rivoluzionario progetto. A Chicago, nel 1871 fu costruito il primo grattacielo (anche se poi lo scettro è passato a New York) dopo che un incendio distrusse la città (i palazzi erano ancora in legno, ghisa e mattoni): si studiò un modo per rendere i palazzi ignifughi e per concentrare la città sfruttando l'altezza (grazie alle idee e alle scoperte tecnologiche della Scuola di Chicago, elite mondiale di architetti). Dopo quasi 150 anni, Chicago è ancora una volta all'avanguardia: chissà che tra 20 anni, gli aeroporti di tutto il mondo non serviranno solo cibo auto-prodotto. 

(Fine prima puntata) Articolo 1 di 4

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