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New York, la fashion week chiude tra critiche e riflessioni sul futuro

di Marta Casadei


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4' di lettura

Se New York è per definizione la «city that never sleeps», quest’edizione della New York fashion week ha turbato i sonni tranquilli dell’industria della moda americana e, in generale, degli addetti ai lavori. La settimana della moda donna di New York, che si è conclusa ieri, ha visto infatti scalfita la propria invincibilità.

Hanno contribuito le opinioni che in questi giorni hanno popolato le pagine dei quotidiani e i siti: «I rapidi cambiamenti e lo sgretolamento di una struttura che, di base, è stata al suo posto per più di un secolo ha inciso, io credo, nella mancanza di convinzione che è evidente nelle sfilate di New York. Non saprei come altro spiegare la scarsità di collezioni realmente interessanti o rilevanti sulle passerelle», ha scritto Cathy Horyn su The Cut del New York Times.

Tom Ford apre le sfilate di New York e rende politico il glamour

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E non è stata l’unica a segnalare il problema, sottolineando l’urgenza di un cambio di passo: «L’America deve ripensare il proprio ruolo nella moda», titolava qualche giorno fa Business of Fashion, lamentando - con le parole di Lauren Sherman - «troppo pochi show importanti. Troppo poca creatività» e la voglia di continuare a perseguire un modello di business che non sta avendo successo. «Basta spingere un modello fuori moda di come il fashion system americano dovrebbe essere e sfruttiamo lo spirito imprenditoriale e fuori dagli schemi che è il cuore del concetto di “americanness”, ispirando una nuova generazione a scuotere le cose».

È sotto gli occhi di tutti che i l sistema americano vive da anni la crisi di un modello di business retail - quello dei department store - che ha faticato ( e continua a faticare) a tenere il passo con le evoluzioni tecnologiche e a dialogare con una nuova generazione di consumatori affamati di prodotto e abituati al “tutto e subito”. E che, in generale, la moda si trova a fare i conti con un’audience in continua evoluzione e altrettanto di frequente volubile nei desideri.

Nyfw, da Tom Ford a Marc Jacobs le collezioni per l'autunno-inverno 2019/20

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La New York Fashion Week aveva sterzato in favore delle generazioni social implementando il modello “ready to buy” con sfilate “instantly shoppable”  (come quelle di Tommy Hilfiger , che poi ha esportato il suo modello a livello globale, abbandonando gli Usa e facendo tappa anche a Milano) con collezioni acquistabili immediatamente dopo il defilé ( o durante) e grandi show-evento, come quelli di Kanye West e Fenty Puma by Rihanna. Defilé conditi di star, ad alto tasso di instagrammabilità e di condivisione. Perfino, nel settembre 2015, una mega sfilata di Givenchy, all’epoca guidato da Riccardo Tisci, (in collaborazione con Marina Abramovich) aperta a 1.200 residenti che avevano avuto la chance di prenotare il proprio posto online.

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    Il calendario della fashion week newyorkese che si è conclusa non prescindeva dagli immancabili big americani come Tom Ford, che ha aperto la kermesse con la sua sfilata co-ed - e Ralph Lauren. Quest’ultimo, secondo il report “Data on the Runway ss 2019” di Launchmetrics è il brand che ha generato il più elevato Media impact value di tutte le settimane della moda (Milano, Londra, Parigi e New York) di settembre 2018, quando ha festeggiato i 50 anni di carriera, toccando i 38 milioni di dollari.

    In calendario con le loro collezioni autunno/inverno 2019/20 anche Oscar de la Renta, Micheal Kors Collection, Jeremy Scott (con il suo brand), Coach, Marc Jacobs e qualche presenza straniera (per esempio, l’italiana Chiara Boni, orma habituée della manfestazione, ed Helmut Lang). Qualche grande assente: Tommy Hilfiger, il cui show itinerante TommyNow! questa volta avrà luogo nella Ville Lumière; Calvin Klein, in fase di riassetto dopo l’addio di Raf Simons, ma anche Victoria Beckham e Rodarte.

    Il calendario, a ben guardare, era fitto di giovani designer internazionali, espressione di quel meltin’pot che è sempre stato il carattere distintivo della Grande Mela. E non sono certo mancate le novità, come lo show di Pierre Davis, la prima designer apertamente transgender ad aver presentato la sua collezione in un calendario ufficiale. Forse quella “nuova linfa” che potrebbe rinforzare il sistema alle prese con le trasformazioni, riportando nella Grande Mela i talent scout (e non solo i cacciatori di follower su Instagram).

    Sull’identità fashion della Grande Mela - che, peraltro, non è in discussione su tutti i fronti: basta pensare ai record di visitatori delle mostre al Costume Institute del Metropolitan museum o allo stuolo di celebrity che non mancano mai al Met Gala - ha sicuramente pesato l’insuccesso della formula dedicata all’uomo, lanciata nel 2015, ma mai decollata davvero. Oltre alla crescente rivalità con Los Angeles che, complice il successo di athleisure e streetwear, due segmenti di mercato connessi allo stile di vita californiano, ha più volte messo in dubbio la leadership della East Coast sul fronte della moda. E ha fatto da sfondo agli show del già citato Tommy Hilfiger, ma anche di Moschino e di Saint Laurent.

    I tempi di Sex and the City, con il suo newyorkcentrismo marcato, potrebbero essere passati. Ma l’energia iscritta nel Dna della città di certo non lo è: resta solo da vedere come saprà reinventarsi.

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