le indagini

Mafia, un arresto a New York per l’assassinio del boss «Franky Boy»

di Marco Valsania


Gotti - Il primo padrino

9' di lettura

La polizia di New York ha arrestato una persona nell’ambito delle indagini sull’uccisione di Francesco Calì, 53 anni, il boss della potente famiglia mafiosa Gambino ammazzato nei giorni scorsi con una decina di colpi di pistola davanti alla sua villa in collina a Staten Island. Si tratta di Anthony Comello, 24 anni, residente del luogo, accusato di aver preso parte all’agguato anche se restano aperti ancora molti interrogativi: il movente, se ha agito per conto di altre persone, se aveva complici.

È il quinto «borough». Il quartiere spesso dimenticato di New York. Staten Island, a un tiro di schioppo dai luccicanti grattacieli di downtown Manhattan, dalla capitale dell’alta finanza americana. Una distanza coperta da traghetti di linea in 25 minuti. Ma una distanza che e in realtà spesso ben più vasta: arrivare su quest’isola - attaccata alla terraferma dall’artificio del ponte di Verrazzano sopra il Narrows, il corridoio dove la baia della città incontra l’Oceano Atlantico, è come entrare in un luogo appartato dalla metropoli cosmopolita di cui è formalmente parte.

Nel quartiere dei bianchi torna a farsi viva la mafia
Qui più del cemento dominano oasi di verde. Qui ai liberal e democratici di là dalla baia si contrappongono conservatori e repubblicani. Qui il mezzo milione di residenti in 60 miglia quadrate è in maggioranza bianco, unico caso a New York City. Qui quasi il 37% degli abitanti - 175mila persone - ha origini italiane, un record assoluto. E qui la mafia ha ancora radici profonde. Radici ora tornate a essere di sangue: mercoledì, verso le nove di sera, la quiete dell’area di Todt Hill, è stata spezzata da sei colpi di pistola. A cadere sul selciato di fronte alla sua villa Frank Cali, 53 anni, l’ultimo dei boss (presunti) della famiglia Gambino, una delle storiche cinque del crimine organizzato di matrice italo-americana. Per buona misura, “Frankie Boy” è stato poi travolto da un furgone, lo stesso dal quale erano partiti i colpi e che si è poi dileguato.

Quei colpi hanno scosso più della quiete d’un quartiere più unico che raro: hanno fatto sentire come la mafia e altre organizzazioni criminali, vecchie e non solo nuove, non hanno forse oggi il potere o la notorietà d’un tempo, ma restano impegnate in un gioco globale di vita, morte e business. Leggenda vuole che Cali, che amava agire dietro le quinte e in modo assai meno flamboyant dei suoi predecessori nel segno di una mafia tutta affari e pià prudente, avesse tessuto la sua rete di influenza tra New York e la Sicilia.

Una nuova guerra di mafia alle porte?
Gli inquirenti non hanno ancora piste sicure sulla sparatoria. Se sia un nuovo capitolo di lunghe faide familiari dentro l’organizzazione dei Gambino; un attacco dall’esterno di rivali; oppure addirittura una tragedia slegata da attività di mafia. Selwyn Raab, ex giornalista e esperto di mafia, azzarda però una teoria che potrebbe suggerire il rischio di nuove guerre nel crimine organizzato: qualcuno si sentiva minacciato da Cali, forse vuole conquistare la famiglia. Forse è una questione di controllo di soldi e business. Attira di sicuro l’attenzione che l’esecuzione è avvenuta in uno stile poco tradizionale e particolarmente violento per a mafia: abitualmente è affidata a a un colpo solo e a una squadra di sicari, non a raffiche di proiettili da parte di un solo uomo. Di solito le abitazioni dei familiari sono off limits, anche se di recente la nuova mafia ha importato pratiche più flessibili di attacchi anche ai familiari di coloro che sono presi di mira. L’assalto potrebbe voler essere quindi un messaggio chiaro e duro. Un timore che serpeggia anche tra ex gangster oggi in pensione: la mafia condurrà la sua indagine parallela e potrebbero tornare giorni più violenti. «È la fine di un’era di pace nel Mob (slang per svariate mafie, Ndr) - ha detto Raab al New York Times - Sanno che una simile esecuzione fa titolo e attira attenzione e archivia un periodo di vent’anni relativamente calmo, con la mafia che si teneva lontano dai radar e quindi dalle inchieste». Con buone ragioni di solito: non vogliono che la loro attività di base venga danneggiata, «il gioco d’azzardo, i prestiti da usura, estorsione, droga. Generano molti soldi e forniscono anche risorse per tentativi di corruzione». Storicamente la magia ha anche rilevanza nel racket delle costruzioni, dell’alimentare e dei servizi privati di nettezza urbana.

I misteri nascosti dal verde di Todt Hill.
Todt Hill, teatro dell’esecuzione, è il simbolo stesso di questa persistente e pervasivi realtà del crimine organizzato. Immerso nel verde, al riparo da occhi indiscreti, ospita normali professionisti di varia natura in cerca di pace - medici, contabili, avvocati - e ville in stile Tudor da svariati milioni di dollari e con spettacolari vedute. Ma ha una lunga storia di boss mafiosi a loro volta attirati da desideri di privacy. Abitava qui Paul Castellano, altro leader dal clan dei Gambino, ucciso nel 1985 davanti a una bistecchiera di Manhattan. E Salvatore Gravano, Sammy il Toro, sicario che si sarebbe trasformato in informatore della polizia sul super-boss John Gotti sempre nella famiglia Gambino. Una villa in questi paraggi è servita infine quale residenza del fittizio boss Vito Corleone nel film Il Padrino. Gli ospiti scomodi che popolano la zona erano saliti alla ribalta in modo curioso, a sua volta da film: il velo di segretezza negli anni Novanta fu strappato da un’ondata di … crimine. Di natura “normale”: una serie di furti in casa vide prese di mira anche abitazioni di mafiosi e tenne a battesimo una strana e informale alleanza tra inquirenti e Cosa nostra. Il bottino? Due milioni di dollari in contanti e gioielli, compresi i celebri anelli da mignolo. I due ladruncoli furono poi catturati a Broadway quando utilizzarono due biglietti rubati per andare a uno spettacolo.

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Il primo boss ucciso in 34 anni
Era appunto dai tempi di uno dei residenti più famosi di Todt Hill, Frank Castellano nel 1985, che un boss mafioso con cadeva sotto i colpi di un assassino. Allora era stato un regolamento di conti interno ai Gambino, con Gotti che ordinò “l’eliminazione” appena fuori dal celebre ritornate di Manhattan Sparks Steak House. Gotti fu forse l’ultimo leader del crimine organizzato a farsi notare per il suo stile di vita opulento a arrogante, tra nightcub e ristoranti di lusso e sempre protetto da squadre di guardie del corpo. Non per nulla era noto come “Dapper Don”, il boss elegante, o Teflon Don, l’intoccabile. Il clan dei Gambino, dopo tutto, era un tempo il più potente e il più grande del Paese, anche se cadde sotto i colpi di una crociata di inchieste e incriminazioni negli anni Novanta per reati da omicidio a associazione a delinquere. Nell’era di minor lustro mafioso, i conflitti a bassa intensità sono però proseguiti con episodi di violenza. Solo in ottobre è stato freddato il 71 enne Sylvester Zottola, legato al clan dei Bonanno, ad un McDonald’s del Bronx. Tre mesi prima era toccato a suo figlio Salvatore essere lasciato per morto - è sopravvissuto - in un agguato vicino casa sua a Throggs Neck. Segno anche questo tragico, se si vuole, della continua presenza delle vecchie organizzazioni criminali, seppur lontane dai giorni di “gloria” in un clima dove negli anni si sono susseguiti nuovi arrivi e rivalità, dalle organizzazioni cinesi e asiatiche a quelle russe e dell’Europa orientale. Un’altra indicazione del continuo rilievo e controllo tuttora esercitato dai boss della mafia è arrivato, nelle stesse ore dell’omicidio di Cali, dall’assoluzione invece in tribunale da accuse di estorsione di due boss della famiglia Bonanno, Joseph Cammarano e il suo “consigliere”.

L’ascesa di Frankie Boy, tra farmaci ed eroina
Cali era stato finora una figura chiave al riscatto dei Gambino. L’organizzazione fu gettata nello scompiglio quando John Gotti fu condannato per molteplici reati nel 1992; sarebbe morto in carcere di tumore dieci anni dopo. La decapitazione fu parte di un’offensiva dell’allora giovane e ambizioso procuratore Rudy Giuliani, prima che si desse alla politica: nel 1986 incriminò tutti i capi delle cinque famiglie mafiose e su questo costruì la sua vittoriosa campagna per diventare sindaco. Il caso, parte di un uso più efficace di leggi antimafia e contro l’associazione a delinquere da parte di nuove generazioni di magistrati, finì con ben otto condanne di personaggi considerati parte del “Consiglio di amministrazione” della mafia statunitense. Da allora i capi mafiosi hanno cercato di evitare i riflettori, ma svolte e drammi sono proseguiti. Soprattutto nel clan dei Gambino. Nel 2013 il figlio di Gotti, John A. Gotti, fu pugnalato allo stomaco a New York senza morire ma finendo ai margini del clan. Dopo un interregno di un paio d’anni, fu Cali a essere promosso boss a interim. Le sue qualifiche: aveva fama di leader capace di unire fazioni diverse. E soprattutto di saper rafforzare il ruolo dell’organizzazione nel nuovo narcotraffico, trainato dal potente antidolorifico OxyContin e dall’eroina. Allora Cali veniva comunemente descritto come «la stella in ascesa della mafia americana», capace di circondarsi anche di personaggi nati in Italia. Tra i grandi alleati americani interni con cui seppe intessere rapporti spunta un altro boss a interim, Jackie “Il Naso” D’Amico, che lo prese sotto la sua ala e facilitò la sua ascesa ai vertici a meno di 40 anni. «Jackie ne fece un capitano», raccontò un ex mafioso. Nel 2014 era già “underboss” sotto Domenico Cefalu e un anno dopo era arrivato alla vetta.

La Sicilian Connection
Ma Frankie Boy, accanto a Jackie “The Nyse”, aveva in tasca un altro asso nella manica: gli stretti legami di famiglia vantati con il clan degli Inzerillo a Palermo, città originaria dei Gambino. Finita l’epoca dei Gotti, furono di fatto i “siciliani” a prendere le redini della famiglia, una fazione che comprendeva proprio Cali. I suoi genitori erano di Palermo e coinvolti nella malavita locale. L’avvento dei nuovi “padroni” portò con sè diversi cambiamenti. Alcuni drammatici: la centenaria regola italoamericana che gli “informatori” della polizia sarebbero stati puniti, ma non i loro familiari e amici, venne abrogata. Altri organizzativi e di gestione: cominciò un trend della mafia Usa del 21esimo secolo destinato a “importare” italiani nell’organizzazione, perché avevano giusti valori e atteggiamento. Cali si fece progressivamente strada in questo nuovo ambiente: membro ufficiale giovanissimo negli anni Novanta, capitano a interim dieci anni dopo, seppe sfruttare legami familiari e in particolare, appunto, con la Sicilia. Sposò Rosaria Inzerillo, a sua volta cugina di Tommy Gambino, altro esponente dei fondatori del clan. Una telefonata intercettata dagli inquirenti tra due mafiosi siciliani parla di Cali come di «un amico» che è «molto importante» in America.

Un boss “tranquillo”
Cali - che al termine di tutti i suoi intrecci familiari era anche nipote del recentemente scomparso John A. Gambino - nonostante la sua rapida ascesa che gli era costata anche nemici è stato descritto da chi lo conosce come un «boss tranquillo, della vecchia scuola». Qualcuno l’ha definito persino «un fantasma» per la dote la sua dote di schermirsi, di «non sporcarsi le mani». Questo non lo salvò del tutto da incontri scomodi con la legge. Ebbe una condanna penale, anche se fu la sola: nel 2008 si dichiarò colpevole di reati di tentata estorsione durante una battaglia poi persa per un contratto che avrebbe dovuto portare alla costruzione di una pista per auto da corsa Nascar a Staten Island. Scontò sedici mesi in prigione e una volta fuori gli fu ordinato dal tribunale di non avere contatti con lo zio John Gambino, che sarebbe in seguito morto questa volta di cause naturali. Nell’insieme, a detta degli esperti, gestiva tuttavia il Mob senza scosse, più come un’azienda che un’organizzazione criminale. E con prudenza: i suoi meeting erano coperti dal segreto e faccia a faccia, mai al telefono. Era focalizzato sul “fare profitti”,`nel distribuirli tra i diversi rami dell’organizzazione e nell’evitare trappole e intercettazioni sempre più sofisticate da parte della polizia. Anche se neppure sotto di lui i Gambino riuscirono a riscattarsi e tornare alla preminenza del passato, lasciando oggi forse ai Genovose - i quali per fondatore rivendicano Lucky Luciano - il titolo di clan di maggior rilievo.

La mafia ieri e oggi
James Jacobs, docente di criminologia alla New York Uniresity, davanti all’ultimo episodio che ha riportato alla ribalta la mafia ricorda che il Mob è in realtà «molto resistente», un aspetto dell’economia della città da tempo immemore. Gli inizi a New York vengono fatti risalire a un accordo nel 1931 tra fazioni rivali e orchestrato nientemeno che dal già menzionato Lucky Luciano. Un vero e proprio trattato di pace che diede vita alla prima “Commissione”, l’organo di governo delle cinque famiglie che diede forma alla moderna Cosa Nostra su questa sponda dell’Atlantico organizzando i mafiosi che emigravano dall’Italia in risposta a giri di vite delle autorità. «La mafia, piaccia o meno, è sempre stata parte integrante del tessuto della vita di New York», ha aggiunto Raab, l’ex giornalista autore di una storia della saga mafiosa, “Five Families: The Rise, Decline, and Resurgence of America’s Most Powerful Mafia Empires”. Nei decenni i clan hanno subito modifiche e adattamento, alti e bassi. A lungo i mafiosi hanno imposto di fatto autentiche “tasse” grazie ai loro “servizi” su affitti come su prestiti, sulla spazzatura come sul cibo. Da sempre sono impegnati nell’estorsione. Non solo: nei decenni hanno anche avuto l’improbabile gestione di locali quali i bar gay, incluso il celebre Stonewall Inn. Dopo le batoste subite per mano delle autorità newyorchesi e federali tra gli Settanta e Ottanta, complici il tramonto di quartieri italo-americani in città che complicava i nuovi reclutamenti e la crescente integrazione e affluenza della comunità di origine ormai spintasi verso i sobborghi, sono arrivate anche svolte nel modello di business. Finiti sono i tempi della straordinaria influenza dentro sindacati e nel mondo politico. Oggi l’attività appare più “mondana” anche se non necessariamente meno insidiosa e pericolosa: dalle scommesse sugli sport al gioco d’azzardo via Internet, dalle truffe nelle carte di credito fino a farmaci e droga. Ancora spesso gestita da quelle ville appartate sulle alture di Todt Hill.

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