sostenibilità

Nicolas Bargi di Save the Duck: «Tutti possiamo fare qualcosa per il pianeta»

di Giulia Crivelli


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4' di lettura

«Sono sempre stato affascinato da un dilemma: meglio dedicarsi a studiare soluzioni a piccoli problemi o questioni quotidiane, che magari possiamo davvero risolvere, o è preferibile pensare anche, o addirittura soltanto, ai grandi problemi? Non mi riferisco a questioni filosofiche o esistenziali, ma alle questioni globali che riguardano l’ambiente, le disuguaglianze sociali, le ingiustizie...». Nicolas Bargi, fondatore del marchio di piumini “animal free” Save the Duck, ha “approfittato” dell’invito al Forum sulla sostenibilità - organizzato pochi giorni da 24Ore Eventi e 24Ore Business School nella sede di Milano del Sole 24 Ore - per spiegare la sua visione di medio lungo termine di imprenditore e forse ancora di più di cittadino del mondo, di abitante del pianeta. «In realtà la soluzione sta tutta in una frase che è stata ripetuta molte volte da quando ci siamo accorti degli effetti non sempre positivi della globalizzazione - ha detto Bargi -. Una frase che forse, a forza di essere ripetuta, ha perso parte del suo significato. Ma io credo che resti ancora la sintesi migliore dell’atteggiamento che possiamo avere: pensa globalmente, agisci localmente. Gli americani, che amano la brevità e creano neologismi di grande effetto, usano l’aggettivo glocal e lo faccio anch’io».

Dalla teoria alla pratica: «Non posso fare molto, come individuo e come imprenditore, per ridurre l’inquinamento dei cinque più importanti fiumi al mondo, così carichi di plastica da minacciare l’intero globo acqueo e gli oceani di cui sono affluenti. Ma non voglio nemmeno disperarmi per questo, quindi agisco localmente. In casa e nella mia famiglia cerco di usare meno plastica possibile, quando ho creato il mio marchio per, come dice il nome, salvare le oche e non privarle delle loro preziose piume, ho cercato un’alternativa di plastica che fosse il più possibile riciclata o riciclabile. La tecnologia aiuta moltissimo: bisogna investire come azienda e i consumatori devono sapere e capire che la sostenibilità ha un costo. Però si può fare, la storia di Save the Duck, nata appena sette anni fa, lo conferma. Noi abbiamo già raggiunto alcuni obiettivi ma ne abbiamo di molto più ambiziosi e presto presenteremo un piano triennale».

Nicolas Bargi, fondatore e amministratore delegato di Save the Duck

La visione di Nicolas Bargi ha incontrato il favore dei consumatori (nel 2018 il fatturato supererà i 36 milioni di euro) e degli investitori: anche i fondi di private equity e il mondo della finanza in generale comincia a comprendere il valore “intangibile” di progetti improntati alla sostenibilità sociale e ambientale. E’ lo spirito del tempo, ma è anche un modo per intercettare una concreta domanda dei consumatori più giovani, che vogliano fare scelte consapevoli e responsabili di consumo, proprio in una logica “glocal”.

Le collezioni donna, uomo e bambino per la primavera-estate 2019 di Save the Duck si chiamano Ocean: «Mi piace pensarle come un’evoluzione dei capi iconici del brand e come esempio di innovazioni nei materiali, nella palette colori e nel design - spiega Bargi -. I capi sono caratterizzati da tre loghi diversi. Lo storico logo arancione con l’oca o il papero, a seconda di come lo veda chi guarda, che fischietta è il simbolo del rispetto per gli animali; il logo verde della linea “recycled” indica che il materiale proviene da bottiglie di plastica riciclate e all’interno dei capi c’è l’imbottitura “recycled plumtech”; il nuovissimo logo azzurro della linea Ocean is my home indica capi fatti con tessuti derivati dalle reti da pesca recuperate e riciclate».

Con il claim “We clean the Ocean”, Save The Duck si è impegnata a sostenere Surfrider Foundation Europe, associazione internazionale che si occupa della salvaguardia dei mari e della pulizia delle spiagge. Per ogni capo della collezione Ocean is my home Save The Duck devolverà parte del ricavato a Surfrider Foundation Europe e l’obiettivo è raccogliere fondi sufficienti a portare a ripulire 300mila metri quadri di spiagge e a liberare i mari da 6mila chili di rifiuti. I capi della collezione sono prodotti con un tessuto speciale, il Nety, realizzato in nylon 100% riciclato Econyl, una fibra ottenuta dalla rigenerazione delle reti da pesca recuperate nei mari e negli oceani e dal riciclo di nylon pre-consumer e post-consumer.

Nel marzo 2018 in Save the Duck è entrato Progressio Sgr, che ha acquisito il 65% delle quote societarie attraverso il fondo Progressio Investimenti III. Obiettivo comune di Progressio e Bargi, rimasto azionista di minoranza e amministratore delegato, è far crescere il brand secondo i principi che lo hanno guidato fin qui. Grazie all’operazione è partito anche lo sviluppo retail: in settembre ha aperto a Milano, nel quartiere di Brera e a pochi isolati dall’onomima Accademia, il primo monomarca Save the Duck.
«Dal 2011, quando è nato il brand, ne abbiamo fatta di strada - ricorda Nicolas Bargi -. Milano però è solo un primo passo, per quanto riguarda il retail. Il piano di aperture al 2020 è ambizioso e toccherà le principali destinazioni fashion del
mondo». E si affiancherà al network di negozi wholesale, che copre già 29 Paesi, in particolare in Europa, con in testa Germania, l’area Benelux e tutta la Scandinavia, e in Nord America.

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