intervista a marco rossi doria

«Nidi inesistenti e donne senza lavoro: i divari finora ignorati»

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Marco Rossi Doria

4' di lettura

«Pochi? Direi inesistenti». Marco Rossi Doria, maestro elementare, fondatore dei “Maestri di strada”, ex sottosegretario al ministero dell’Istruzione, non usa mezze parole. Parla, a proposito della carenza di asili nido nel Sud d’Italia, di una gravissima lacuna «che incide – dice – sulla formazione dell’individuo poichè è certo che nei primi mille giorni si gettano le basi; ma influisce negativamente sul lavoro femminile e, a cascata, sull’economia del Mezzogiorno». Insomma, per Rossi Doria, si tratta di «un ennesimo grande divario che penalizza il Mezzogiorno». «L’offerta – aggiunge – è cresciuta ma è ancora lontana da quella del resto del Paese. Tra la media del Centro Nord e quella del Mezzogiorno, per nidi e servizi all’infanzia, c’è una differenza di 18,5 punti. Inoltre, i dieci capoluoghi con meno posti nei nidi sono tutti del Mezzogiorno».

C’è consapevolezza di ciò?
Nella prima stesura del New Generation Eu è stata introdotta la “promessa” di destinare un investimento particolare ai nidi del Mezzogiorno. Vedremo se ciò sarà confermato. Ma deve essere chiaro che non basteranno le risorse per investimenti, quelle per costruire i nidi sebbene opportune, ma serviranno anche fondi per la gestione delle strutture. Non basta insomma costruire, ma ci sarà bisogno anche di personale. Potrebbe trattarsi soprattutto di donne qualificate per un lavoro di qualità, contribuendo così a colmare un altro gap del Sud d’Italia, relativo all’ occupazione femminile e alla buona occupazione.

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La condizione della scuola nel Mezzogiorno è anche frutto di un federalismo che ha imposto la ripartizione delle risorse nazionali sulla base della spesa storica.
I pochi finanziamenti statali sono effetto di un federalismo mal governato. Ne è scaturito un regionalismo diseguale, che ha anche penalizzato il tempo pieno nella scuola primaria e alle medie, il buon funzionamento delle mense scolastiche. Oggi vedo un’inversione di tendenza che porta l’Italia sulla strada indicata dalla Commissione Ue di Ursula von der Leyen. Ci sarà da spendere non solo il Recovery Fund, ma anche i fondi regionali e quelli dello Stato ordinari: è importante che tutto sia coordinato.

La scuola è stata travolta dal ciclone pandemia, come ne esce? E quella meridionale?
Penso che l’Umanità sia portata a dare risposte alle crisi. Il trauma causato dalla pandemia a bambini e ragazzi pesa moltissimo, ma induce anche reazioni, resilienze. I bambini e i ragazzi in questi mesi hanno vissuto un’ esperienza molto potente e paragonabile solo a quella delle guerre dei loro bisnonni. Bisogna risalire a tre generazioni fa per ritrovare dei modelli: quelle generazioni si attivarono e ricostruirono l’Italia.

C’è stata la dovuta attenzione da parte delle istituzioni?
C’è stata una insopportabile rimozione della questione educativa nella prima fase della pandemia. Ma sin da allora i bambini e i ragazzi sono stati molto responsabili, hanno aiutato le famiglie, si sono fatti carico del problema dei nonni, hanno seguito l’attualità della crisi, ricevuto informazioni scientifiche in ogni disciplina. Hanno acquisito consapevolezza della situazione e della complessità. In altre parole, se c’è stato un rallentamento nello studio tradizionalmente inteso, c’è stata anche una maturazione generazionale.

La pandemia ha ampliato il divario tra Nord e Sud?
Le difficoltà pesano di più su una società più povera di produzioni, ma sopratutto di infrastrutture socio educative. Il divario tecnologico ha pesato molto in questa fase. Nel Mezzogiorno e soprattutto nelle zone interne, la banda larga è meno diffusa, le scuole sono meno equipaggiate. C’è più povertà: i bambini poveri italiani risiedono per due terzi nel Mezzogiorno. L’obiettivo deve essere uscire dalla povertà educativa.

La scuola deve essere capace di reagire. Ma in che modo?
Ci vogliono cinque anni di forte investimento per recuperare il divario tra Centro Nord e Sud. Si dovrà attuare il tempo pieno, rilanciare la formazione professionale, naufragata anche per responsabilità delle Regioni.

Pensa alla scuola in presenza o a distanza? Condivide i “No Dad”?
La Dad è una necessità che ha consentito di mantenere legami tra alunni, famiglie e scuole. Ma va utilizzata al meglio e integrata con la presenza in sicurezza. Si può tornare a scuola in piccoli gruppi e in parte continuare a collegarsi da casa ma anche da luoghi solidali garantiti dal Terzo settore. Il Terzo settore ha già dato un aiuto significativo: l’impresa sociale Con i Bambini di cui sono vice presidente, ha registrato che ove vi sono partenariati da noi finanziati i bambini più fragili sono stati raggiunti, d’accordo con scuole e comuni. “Con i bambini” ha promosso 350 partenariati in tutta Italia che coinvolgono 500mila bambini e 6.600 organizzazioni. Ecco i partenariati: la formula per ripartire.

Cosa intende? 
Anche dopo la pandemia, la scuola dovrà cambiare facendo tesoro delle esperienze di questi mesi. Penso che si potrà puntare su “Comunità educanti “ , che coinvolgano il terzo settore, la scuola, i comuni, le parrocchie. Una pluralità di soggetti, con ruoli diversi. Ma, sia chiaro, non basteranno le risorse delle Fondazioni bancarie e dei Comuni. Lo Stato dovrà decidrsi a finanziare adeguatamente.

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