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Niente arresto per il capo di Samsung

di Stefano Carrer


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3' di lettura

Le azioni di Samsung Electronics hanno reagito oggi con un rialzo immediato del 2,5% alla notizia che il tribunale di Seul ha respinto la richiesta di arresto del leader di fatto di Samsung. Ma in seguito la fiammata si e' sgonfiata e il titolo ha fluttuato. Jay Y. Lee, il 48 vicepresidente ed erede designato del maggiore conglomerato del Paese, ha atteso per 14 ore la decisione in un centro di detenzione e poi e' stato rilasciato in quanto il giudice non ha ritenuto ne' necessario ne' appropriato tenerlo in carcere allo stadio attuale dell'nchiesta. La richiesta era stata effettuata lunedi' dalla speciale commissione che indaga sullo scandalo politico che ha investito in pieno la presidente Park Geun-hye (sotto impeachment) e che si sta allargando sempre più.

L'accusa al leader di Samsung e' di aver finanziato per un totale di 43 miliardi di won l'amica della presidente Park finita la centro di un clamoroso scandalo politico, Choi Soon-sil, in cambi di favori governativi, in particolare il via libera del fondo pensione pubblico a una controversa fusione tra due affiliate Samsung finalizzata a rafforzare la presa della famiglia Lee sulla capofila Samsung Electronics.

Per l'accusa di corruzione, Lee rischia fino a 5 anni di carcere, che potrebbero aumentare per il cumulo con altre accuse (appropriazione indebita e spergiuro).
Suo padre Lee Kun-hee erano stato incriminato e condannato in due occasioni: una per corruzione nel 1994 e un'altra per appropriazione indebita ed evasione fiscale nel 2008, ma non era finito in carcere. In casi simili del passato - anche per esponenti di vertice di altri conglomerati - in genere i presidenti avevano usato i loro poteri per graziare, senza mai inguaiare per proprio conto i maggiori esponenti dell'economia.

Vari analisti avevano espresso preoccupazioni per le conseguenze sul gruppo Samsung - e più in generale per l'economia del Paese - del vuoto di potere che si sarebbe creato presso il principale conglomerato se Lee fosse stato arrestato.
“Lee dovrebbe pilotare le riunioni sulle strategie e incontrarsi con Donald Trump, non certo stare in galera - aveva ad esempio dichiarato l'economista Yoo Jang-hee, secondo cui senza di lui - e con suo padre Lee Kun-hee incapacitato dal maggio 2014 per le conseguenze di un attacco cardiaco - il gruppo avrebbe enormi difficolta' a prendere decisioni strategiche in un momento in cui la concorrenza si sta intensificando e gli scenari dell'economia globale stanno cambiando. Il che richiede rapidità e audacia nelle decisioni.

Altri osservatori fanno notare che, dopotutto, si tratta non di fondi neri o falsi in bilancio, bensi' di finanziamenti concessi su pressione nientemeno che del Capo dello stato e dei suoi più stretti e potenti collaboratori. Erano scese in campo anche la Korea Chambers of Commerce e la Korea Employers Federation a difesa di Lee, nel chiedere che l'inchiesta proseguisse senza metterlo in carcere.
Intanto il team di investigatori va comunque avanti spedito e si prepara a interrogare presto la stessa presidente Park, sospesa dalle funzioni il 9 dicembre dopo l'impeachment votato dal parlamento su cui la Corte Costituzionale ha tempo fino a giugno per la decisione definitiva. E lo scandalo continua a ramificarsi: ieri e' stato chiesto l'arresto del ministro della Cultura e dell'ex capo di Gabinetto presidenziale con l'accusa di abuso di poteri: avrebbero compilato una lista nera di artisti, da penalizzare sul fronte dei contributi pubblici alla cultura.

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