libero scambio

Niente dazi: sul Nafta ora Trump sceglie la linea morbida

di Gianluca Di Donfrancesco

Il presidente Usa Donald Trump a bordo di un furgone dei vigili del fuoco durante una mostra alla Casa Bianca dedicata al Made in America

4' di lettura

È arrivato il tanto temuto momento della verità per il Nafta, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada. In un documento di 17 pagine, la Casa Bianca ha messo nero su bianco le linea guida per rinegoziare l’accordo «peggiore dello storia», come lo definisce il presidente Trump. Le richieste americane sono però molto lontane dalla retorica della campagna elettorale, tanto da essere state accolte con indifferenza dal Canada e addirittura con un sospiro di sollievo in Messico. Hanno invece molto innervosito la Afl-Cio, il più importante sindacato statunitense, che le considera troppo morbide.

Il punto di partenza della crociata contro il Nafta era la minaccia di ritirare gli Stati Uniti dall’area di libero scambio (che resta comunque nell’aria) e di erigere una cortina tariffaria del 35% contro il Messico. A questo si sono aggiunte le intimidazioni ai big dell’auto, americani e non, per convincerli a smettere di investire in Messico e piuttosto a potenziare le fabbriche negli Usa. Rispetto a queste premesse, il punto di caduta, vale a dire il documento inviato ieri al Congresso dalla Casa Bianca, difficilmente poteva essere più distante, limitandosi come fa a ribadire l’intento di ridurre il deficit commerciale con i due partner e ad indicare una serie di obiettivi di portata “minore”, compresa la cancellazione della clausola che oggi impedisce agli Stati Uniti di adottare misure antidumping contro Messico e Canada.

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LO SCENARIO

(Fonte: Peterson institute for international economics, dati 2016)

LO SCENARIO

Le trattative ufficiali si apriranno intorno al 16 agosto per provare a chiudere prima delle elezioni presidenziali in Messico, a metà dell’anno prossimo, e delle elezioni parlamentari di metà mandato negli Stati Uniti (novembre del 2018). La Casa Bianca sta utilizzando la corsia accelerata garantita nella politica commerciale dal fast-track, che le assicura carta bianca nei negoziati prima di sottoporre l’accordo finale al Congresso in una votazione che non contempla possibilità di emendamenti .

Le reazioni
Così, ieri, fonti ufficiali messicane definivano «non male quanto temuto» il contenuto delle linee guida, rassicurate dal fatto che non fanno cenno alle tanto temute tariffe punitive minacciate da Trump. Il ministro dell’Economia Ildefonso Guajardo ha poi affermato che il documento non riserva sorprese e anzi è positivo nel passaggio in cui gli Stati Uniti annunciano che «non introdurranno dazi o contingentamenti durante la trattativa». Tuttavia, ha aggiunto il ministro, l’intenzione di Washington di ridurre il deficit verso Canada e Messico è «mercantilistica».

Analoghi i commenti a caldo dal fronte canadese: «Non è un terremoto», ha dichiarato alla Reuters una fonte che preferisce restare anonima. Il ministro degli Esteri Chrystia Freeland ha dichiarato che il Canada dà il benvenuto all’opportunità di modernizzare il Nafta e che Ottawa difenderà i propri interessi nazionali nel negoziato.

Molto deluso il presidente dell’Afl-Cio, Richard Trumka, che ha invece dichiarato: «Il Nafta va interamente riscritto e non solo corretto» e se il Governo di Washignton «si rifiuta di portare a termine il compito, i lavoratori americani troveranno leader disposti a farlo».

I contenuti
Tra le linee guida compare anche l’impegno a prendere contromisure nei confronti dei Paesi che pilotano il cambio per spingere l’export. Un riferimento che non può riguardare né Canada, né Messico e che sembra invece rivolto in primo luogo alla Cina, da anni accusata di manipolare lo yuan, ma probabilmente anche alla Germania, più volte accusata da Trump di avvantaggiarsi della debolezza relativa dell’euro rispetto a un ipotetico marco tedesco. Un tema molto caro all’ala più nazionalistica e oltranzista dell’amministrazione Trump. Come pure alle case automobilistiche: «La manipolazione della valuta è la barriera commerciale del 21° secolo», ha dichiarato un portavoce della Ford.

Washington vorrebbe poi imporre al Messico di elevare gli standard sulla tutela e la sicurezza del lavoro e sull’ambiente, passaggi che secondo gli osservatori sembrano ricalcare le disposizioni contenute nella Trans Pacific Partnership, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti e 11 Paesi delPacifico, negoziato da Barack Obama e congelato da Trump appena arrivato alla Casa Bianca.

Infine, si chiede a Canada e Messico di aprire alle aziende Usa i propri appalti pubblici, a tutti i livelli amministrativi. Peccato che, attualmente, in base al programma Buy America, i Governi degli Stati americani sono tenuti a comprare prodotti Made in Usa per i loro progetti.

Il Nafta
Negoziato dal repubblicano George Bush (senior) e siglato dal democratico Bill Clinton nel 1994, nei suoi 23 anni di vita, il North Atlantic Free Trade Agreement, ha triplicato gli scambi commerciali tra i tre Paesi membri, portandoli a quota 1.200 miliardi di dollari. Dopo la Cina, Canada e Messico sono i principali partner commerciali degli Stati Uniti, che hanno un deficit di 16 miliardi nei confronti del primo e di oltre 70,5 nei confronti del Messico (scambio di beni, considerando anche i servizi si passa a un surplus di 7,7 miliardi con il Canada e a un deficit di 63 con il Messico). Oltre un terzo dell’export degli Stati Uniti viene assorbito da Canada e Messico, garantendo un posti di lavoro a 14 milioni di americani, secondo la Camera di Commercio degli Stati Uniti.

Quanto all’impatto sui salari degli addetti del settore manifatturiero americano, le analisi economiche concludono che sono stati minimi o nulli.

In un sondaggio eseguito nel 2012 dalla University of Chicago tra 41 economisti, l’85% aveva dichiarato che gli americani hanno tratto benefici dal Nafta, il 5% si era dichiarato incerto e nessuno aveva espresso parere contrario.

Per il dipartimento del Commercio, 414mila lavoratori hanno perso il posto tra il 1994 e il 2002 a causa del Nafta, meno del 2% dei 31 milioni di licenziamenti che ci sono stati nello stesso periodo.

Secondo il Peterson Institute of International Economics, il 40% dei beni che gli Stati Uniti importano dal Messico - e il 75% di quelli che esportano verso il Messico - è costituito da componenti poi assemblati in prodotti finali. Sono le catene del valore (supply chain) che integrano le due economie e che potrebbero disgregarsi sotto il peso di eventuali dazi.

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