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Niente mantenimento al figlio maggiorenne che lascia il seminario perché non ha la vocazione

Il ragazzo voleva fare l’università, ma per i giudici dopo l’uscita di casa e la raggiunta indipendenza economica, non si può tornare a battere cassa con i genitori

di Patrizia Maciocchi

(vectorpocket - stock.adobe.com)

2' di lettura

Nessuna possibilità per i figli maggiorenni che lasciano la casa e si rendono indipendenti economicamente di tornare a farsi mantenere dai genitori. Neppure quando, come nel caso esaminato, alla base della richiesta di poter contare su un assegno per frequentare l’università, c’è la perdita della vocazione sacerdotale, o forse, la presa di coscienza di non aver mai avuto la stoffa del prete. La Suprema corte (sentenza 23132), respinge il ricorso di un giovane, classe ’95, che appena maggiorenne aveva lasciato la sua abitazione senza chiedere alcun supporto economico alla famiglia. Uno dei suoi punti di approdo era stato il seminario. Un luogo di culto e di preghiera che il ragazzo aveva però lasciato dopo essersi reso conto che non era portato per fare il sacerdote.

I dubbi sulla vocazione e la “chiamata” allo studio

Piuttosto la sua esigenza era di fare l’università per trovare, anche grazie ad una laurea, il suo posto nel mondo laico. Per questo era tornato a battere cassa dai suoi genitori, che gli avevano però rifiutato l’assegno. Un no supportato dalle prove di una raggiunta indipendenza economica alla quale aveva rinunciato. Dagli atti era emerso, infatti, che il giovane aveva avuto la possibilità di permettersi una macchina, un cellulare, un Pc, ecc. Insomma tutto ciò che era consentito ai suoi coetanei lavoratori. A nulla sono servite le testimonianze di due sacerdoti che avevano affermato di aver provveduto al mantenimento del ragazzo - che non lavorava - dandogli in prestito i beni elencati dai giudici. Il principio affermato dalla Suprema corte potrebbe essere riassunto in un «perdete ogni speranza o voi che uscite». Perché una volta varcata la soglia della casa familiare, alla quale non si fa più ritorno, senza mai chiedere nulla ai genitori per vivere, scatta una sorta di presunzione di raggiunta indipendenza, che non può più essere messa in discussione. In ogni caso anche a prescindere da una raggiunta e poi persa autosufficienza, i maggiorenni devono darsi da fare per trovare un’occupazione senza considerare la famiglia come una sorta di bancomat a loro disposizione.

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Lavoro e misure di sostegno al reddito

I giudici applicano, anche in questo caso, dallo stesso collegio considerato “peculiare”, l’orientamento già affermato in altre occasioni, secondo il quale quando il figlio «abbia ampiamente superato la maggiore età, senza reperire, pur spendendo il conseguito titolo professionale sul mercato del lavoro, una occupazione lavorativa stabile o che, comunque, lo remuneri in misura tale da renderlo economicamente autosufficiente, questi non può soddisfare l’esigenza ad una vita dignitosa, alla cui realizzazione ogni giovane adulto deve aspirare, mediante l’attuazione dell’obbligo di mantenimento del genitore». Gli strumenti ai quali può ricorrere sono quelli di sostegno sociale, come il reddito di cittadinanza. Resta ferma «l’obbligazione alimentare da azionarsi nell’ambito familiare per supplire ad ogni più essenziale esigenza di vita dell’individuo bisognoso». Nello specifico però era stata respinta anche la richiesta di un assegno alimentare. Al ricorrente non resta che rimboccarsi le maniche dell’abito, non talare, e cercarsi un lavoro.

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