Cassazione

Niente multa in cambio di un appuntamento sexy? Doppio reato per la proposta indecente

Poliziotto condannato per induzione indebita a dare ed avere utilità e abuso d’ufficio per non aver fatto comunque il verbale dopo il fermo no della signora

di Patrizia Maciocchi

2' di lettura

Un appuntamento sexy con la signora fermata senza assicurazione, in cambio della promessa di non fare il verbale per l’irregolarità riscontrata. Una proposta indecente che è costata al poliziotto una condanna per due reati. Per il focoso agente è scattata infatti l’induzione indebita a dare e promettere utilità, unita all’abuso d’ufficio perché, dopo il fermo no della signora, all’offerta di scambio “favori” il verbale di accertamento non era stato comunque fatto, per timore che la condotta scorretta venisse scoperta. Vista la sua intenzione di trarre profitto dalla trasgressione dell’automobilista l’agente aveva, infatti, tenuto il suo collega all’oscuro del risultato delle verifiche sui documenti della donna. Verifiche che si erano protratte, senza ragione, per ore.

Il linguaggio allusivo

Un tempo utilizzato per spiegare alla signora, enfatizzandole, le conseguenze dell’assenza dell’assicurazione, il tutto corredato dai vantaggi di accettare la via d’uscita proposta: un appuntamento, sulla natura del quale non ci potevano essere dubbi come provato dal

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linguaggio «chiaramente allusivo e cinico utilizzato dall’imputato per descrivere in modo confidenziale il tipo di incontro che dovevano effettuare nei giorni successivi». Per i giudici in tal senso deponeva anche la frase «se vado ora buttarmi da qual muro lo faccio perché trovo qualcosa». E ha trovato la condanna per due reati. La Cassazione (sentenza 38138) ha, infatti, negato che il più grave reato di induzione indebita, nella forma solo tentata, potesse assorbire l’abuso d’ufficio. Non passa neppure la tesi della difesa, secondo la quale il reato di induzione prevede appunto un’utilità, la cui natura era chiara, che nello specifico non c’era stata. I giudici spiegano però che per il reato è sufficiente che esista la condizione perché lo scopo venga raggiunto. In astratto dunque, la condizione c’era, poi l’”affare” non era andato in porto, malgrado la pressione psicologica esercitata, perché la vittima del reato aveva scelto con decisione il verbale e denunciato l’accaduto. Un comportamento che all’agente, classe 1963, costa caro. L’imputato paga tutte le spese legali, più 3 mila euro per lite temeraria per aver fatto ricorso, malgrado fosse ipotizzabile che non sarebbe passato.

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