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Nissan caccia Ghosn senza diritto di parola

di Stefano Carrer

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4' di lettura

Espulso con il marchio dell’infamia dall’azienda che ha salvato e di cui per quasi vent’anni è stato il dominus, senza poter dire una sola parola di spiegazione o discolpa in quanto detenuto in attesa di incriminazione. Tre giorni dopo l’arresto, il board di Nissan all’unanimità ha strappato a Carlos Ghosn le mostrine di chairman e di Representative Director, cacciando anche Greg Kelly (anch’egli detenuto. I due restano membri semplici del board solo perché occorre un voto dell’assemblea per rimuoverli del tutto. Un comunicato aziendale ha esplicitato tre capi d’accusa a Ghosn, con il concorso di Kelly: sottostima dei compensi nei report finanziari annuali (la ragione del suo arresto), uso personale di fondi destinati a investimenti, altre spese allegre.

Il ceo Hiroto Saikawa, considerato da molti l’orchestratore del golpe aziendale, non diventa chairman: lo designerà un futuro comitato di consulenza, che si sovrapporrà a un nuovo comitato sulla governance. Una parola è stata spesa per «confermare» che resta «unchanged» la partnership con Renualt, di cui peraltro Ghosn resta chairman e ceo in quanto è stato sostituito solo ad interim in attesa di informazioni più precise da Tokyo. Da Parigi i ministri dell’economia Bruno Le Maire e Hiroshige Seko hanno riaffermato un «forte supporto» all’alleanza.

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Ma molti politici ed ex ministri francesi - come Arnauld Montebourg e Laurent Wauquiez - gridano al complotto giapponese per far fuori il top manager che spingeva in direzione di una fusione tra le due aziende che da un ventennio condividono intrecci azionari e sinergie operative. «Ora si rischia uno showdown tra le due parti» temuto dagli investitori, sintetizza l’esperto del settore del CLSA Chris Richter. Intanto la stampa nipponica fa filtrare dettagli su spese pazze: case a Rio de Janeiro e Beirut pagate con fondi trasferiti in paradisi fiscali da una affiliata olandese per la promozione di startup, contratto di consulenza fittizio da 100mila dollari per la sorella maggiore di Ghosn. Uno stile di vita nel lusso per il leggendario executive, che da 4 giorni sta in una minuscola e fredda cella nel centro di detenzione a nordest di Tokyo.

Il forzato silenzio di Ghosn diventa assordante nell’evidenziare le particolarità del sistema penale giapponese. Ancora nessun avvocato è intervenuto a dire qualcosa in nome dell’assistito, tantomeno a criticare gli inquirenti. La procura ieri ha tenuto una «conferenza stampa» (si fa per dire) solo per confermare il luogo di detenzione, rifiutando di rivelare se Ghosn respinga o meno le accuse. Peraltro mai era successo che un ceo, come Saikawa, dichiarasse pubblicamente «indignazione e disgusto» per il suo chairman e precedessore. Non si ha memoria di manette per violazione delle regole sui report finanziari in tema di compensi. Spesso, anzi, manager giapponesi che hanno truccato in modo ben peggiore e per anni i bilanci - come nel caso Toshiba - non subiscono l’onta della prigione.

Che Ghosn stia messo davvero male, è ovvio non solo perché la su azienda ha condotto alle sue spalle una indagine di molti mesi e almeno negli ultimi tempi in tandem con la magistratura da essa contattata, o perché Kelly potrebbe scaricare tutte le colpe su di lui. L’accusa appare blindata da una delle prime applicazioni della legge sul «plea bargain» approvata lo scorso giugno benché il regime processuale resti inquisitorio e non accusatorio: dopo la soffiata, due manager starebbero collaborando in cambio di pene ridotte.

In Giappone l’azione penale è totalmente discrezionale. Immensi i poteri degli inquirenti nella fase iniziale: dopo due o tre giorni dall’arresto, la polizia può richiedere una proroga di altri 20 giorni prima di formalizzare le imputazioni. Normalmente, la richiesta viene accordata (nel caso di Ghosn, 10 giorni prorogabili). L’arrestato può incontrarsi con il suo avvocato, ma il legale non è presente agli interrogatori, che possono durare molte ore al giorno in modo ossessivo. In mancanza di confessione, gli inquirenti potrebbero prolungare ancora la custodia di Ghosn accusandolo di un altro reato (illeciti fiscali o appropriazione indebita). Solo dopo l’incriminazione Ghosn potrà richiedere la libertà provvisoria, ma l’accusa potrebbe opporsi. Arrivando al processo, sul piano statistico avrà infime possibilità statistiche di essere assolto, in un sistema giudiziario in cui il 90% degli imputati confessa: un’ottima guida per capirne il funzionamento è «True Crime Japan» di Paul Murphy. Tirando le somme dei 119 processi a cui ha assistito, il suo libro cosi: «I processi penali in Giappone iniziano in modo piuttosto prevedibile: l’imputato si dichiara colpevole. E finiscono in modo del tutto prevedibile: l’imputato è riconosciuto colpevole».

Il punto sollevato da molte associazioni per i diritti civili è che l’intero sistema spinge a dichiararsi colpevoli e affidarsi alla clemenza della corte. Casi acclarati di errori giudiziari – anche su condanne a morte - risalgono ai primi 23 giorni di detenzione senza veri diritti. Nel suo «The Japanese way of Justice», David Johnson sottolinea che casi con prove ritenute incerte vengono raramente portati avanti. Invece con il rinvio a giudizio, una assoluzione verrebbe considerata quasi una «perdita di faccia» dagli inquirenti. Quanto al sistema carcerario, imperano minutissime regole di comportamento, compresa la posizione esatta per dormire. Sono 50 le pagine delle «Regulations for foreign prisoners» del carcere di Fuchu. «Do in Rome like Romans do», recita il libriccino: «Non credere di poter fare a modo tuo sostenendo che nel tuo Paese si faccia diversamente». Ghosn già rischia 10 anni.

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