Global View

No, la globalizzazione non è il male

di Angus Deaton


default onloading pic
(AP)

5' di lettura

Ora che ci inoltriamo nel 2017, la globalizzazione è diventata una parolaccia. Molti la considerano una cospirazione delle élite per arricchirsi a spese di chiunque altro. Secondo chi la critica, la globalizzazione conduce a un ampliamento inarrestabile dell’enorme divario esistente tra redditi e ricchezze: i ricchi diventano sempre più ricchi, chiunque altro non ottiene nulla. Da un mostro se ne genera un altro.

Sebbene in quanto detto ci sia un nocciolo di verità, c’è più di sbagliato che di corretto, e le conseguenze non mancano: come minimo la ricerca di un capro espiatorio; in modo più preoccupante, cattive politiche che quasi certamente aggravano i nostri problemi reali.

Quando parliamo di globalizzazione la prima cosa che dobbiamo tenere presente è che essa ha apportato benefici incalcolabili a un numero enorme di persone che non fanno parte dell’élite globale. Malgrado la popolazione mondiale continui a crescere, negli ultimi trent’anni il numero dei poveri del pianeta è sceso di oltre un miliardo. Tra chi ne ha tratto giovamento vi sono paesi usciti dalla povertà, tra i quali India, Cina, Vietnam, Thailandia, Malesia, Corea del Sud e Messico. Nel mondo ricco, ne beneficiano tutte le fasce di reddito, perché i prodotti – dagli smartphone all’abbigliamento ai giocattoli – sono più economici. Le politiche miranti a invertire la globalizzazione non farebbero che portare a una diminuzione dei redditi reali, perché i prodotti diventerebbero più cari.

L’invito a porre un freno alla globalizzazione riflette l’idea che a essa si debba la sparizione dei posti di lavoro in Occidente e la loro comparsa a est e a sud del pianeta. La minaccia più grande ai posti di lavoro tradizionali, invece, non arriva né dalla Cina né dal Messico, ma da un robot. Ecco perché la produzione del settore manifatturiero negli Stati Uniti continua a crescere, pur continuando a calare l’occupazione in questo settore.

Di conseguenza, dovremmo intervenire e concentrarci sulla gestione di un rapido cambiamento tecnologico, tale da apportare benefici a tutti, obbiettivo non facile ma nemmeno impossibile. Le guerre commerciali o tariffarie di sicuro non gioveranno a nessuno.

È vero, per altro, che la globalizzazione ha innescato una maggiore sperequazione nei redditi. Buona parte di questo aumento, tuttavia, dovrebbe essere gradito, non condannato. L’ineguaglianza può essere un fattore negativo soltanto in funzione di come si verifica e di ciò che produce. In sé e per sé, però, nell’ineguaglianza non c’è nulla che non vada.

In India e in Cina la globalizzazione ha determinato maggiori disparità di reddito, perché ha offerto nuove opportunità – nella fase produttiva, nei posti di lavoro back-office e nello sviluppo di programmi software – che hanno apportato benefici a milioni di persone. Ma non a tutti. Del resto, il progresso è così; anche se ci piacerebbe che tutti stessero bene economicamente in uno stesso momento, situazioni di questo tipo sono incredibilmente rare. Biasimare questa forma di disuguaglianza significa biasimare il progresso stesso.

Anche nei Paesi ricchi, una parte dell’aumento delle ineguaglianze riflette migliori opportunità, grazie allo spostamento da un mercato nazionale a uno globale. Le persone di talento eccezionale e le innovazioni adesso hanno un pianeta intero nel quale potersi arricchire. E non è plausibile credere che sia un crimine arricchirsi mettendo il proprio talento al servizio di un numero maggiore di esseri umani o realizzando nuove cose che beneficiano tutti.

Naturalmente, l’ineguaglianza ha anche un suo lato oscuro. I ricchi hanno una smisurata influenza politica e spesso riescono a riscrivere le regole a proprio beneficio, a vantaggio delle loro aziende o dei loro amici. Negli Stati Uniti questo non è tanto un problema nelle elezioni per la presidenza, che restano aperte, ma è un problema enorme al Congresso, dove i nostri “rappresentanti” sono a tal punto condizionati dalla necessità di raccogliere denaro e finanziamenti da avere scarse probabilità di essere eletti o rieletti senza il sostegno di chi è facoltoso.

Detto ciò, non si vuole affermare che i legislatori siano corrotti, ma soltanto che l’istituzione è corrotta – come sostiene Lawrence Lessig di Harvard – nonché incapace di rappresentare le persone che non hanno quel potere che solo la ricchezza fornisce. Eppure, non è affatto ovvio che la soluzione migliore consista nel ridurre l’ineguaglianza invece di modificare le modalità con le quali si finanzia la politica. I ricchi dovrebbero comperare panfili, aprire fondazioni o diventare filantropi, e non comprare il governo, che andrebbe tolto dal mercato.

In linea più generale, il vero uomo nero è l’ineguaglianza dei rentier che si arricchiscono alle spalle altrui senza dare un contributo di valore all’economia. Tra gli esempi più classici vi sono i banchieri che esercitano la loro influenza sul governo affinché attenui una legge e poi, fallita la banca, lasciano ai contribuenti il costoso onere di ripulirne i danni. I bailout che ne sono derivati hanno elargito somme incredibilmente alte di denaro pubblico a individui che erano già favolosamente ricchi.

Per esempio, le grandi agenzie di finanziamento immobiliare sostenute dal governo degli Stati Uniti – Fannie Mae e Freddie Mac – hanno utilizzato tutto il loro potere politico per impedire al Congresso di regolamentarle, nel momento stesso in cui pagavano i loro azionisti privati e accumulavano scorte sfruttando la crisi immobiliare. Nello stesso modo, anche la lobby degli agricoltori ogni anno intasca miliardi di dollari in sussidi. Le società farmaceutiche sono incoraggiate a esercitare forti pressioni sul governo per spuntare prezzi più elevati e per ottenere proroghe per i brevetti dei prodotti esistenti, invece di mettere a punto nuovi farmaci. I magnati del settore immobiliare, infine, sono riusciti a ottenere un cambiamento dell’imposizione fiscale a loro assoluto vantaggio.

Queste attività di fatto producono meno di niente, perché rallentano la crescita economica. Quando il furto legalizzato diventa il modo più semplice per arricchirsi, innovazione e creatività sono del tutto superflue.

Arlie Russell Hochschild di Berkeley ha parlato di chi si arrabbia vedendo altri che “tagliano la fila” e passano loro davanti. Questa rabbia è ingiustificata quando è una forma di reazione, per esempio, dei bianchi americani che, abituati al privilegio della razza, devono affrontare un mondo più equo. La rabbia giustificata è quella nei confronti di un governo che arricchisce chi ha interessi speciali a spese di chiunque altro. In un’economia a crescita lenta o addirittura zero, nella quale ciò che uno può ottenere è esclusivamente a spese di altri, un furto legalizzato di questo tipo è intollerabile.

La crescita dipende dalla globalizzazione e da una ragionevole ineguaglianza. Non possiamo ignorare chi sta male, ma dobbiamo assicurarci che le nostre soluzioni al problema non peggiorino la loro situazione. I veri mostri sono coloro che vanno a caccia di rendite e che hanno fatto prigioniero il nostro governo in così gran misura. L’ineguaglianza che hanno contribuito a determinare è proprio quella che va eliminata.

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti