Cibus 2021

No alla sugar tax, affosserà solo la filiera che produce i soft drink

Uno studio di Nomisma per Assobibe e Federagricoltura evidenzia la perdita di 180 milioni di ricavi nel 2022, un calo delle vendite del 16%, un aumento della fiscalità del 28% con oltre 5mila posti di lavoro a rischio

di Enrico Netti

(DedMityay - stock.adobe.com)

3' di lettura

La sugar tax metterà a rischio almeno 5mila posti di lavoro, porterà a un calo dei volumi di vendita del 16%, la perdita nel 2022 di 180 milioni di fatturato sul 2019 e di 344 milioni nel 2023 rispetto all’ultimo anno pre pandemia. Sono i numeri chiave che evidenziano le conseguenze di una sugar tax di 10 euro per ettolitro secondo lo studio Nomisma «Il settore delle bevande analcoliche in Italia nell’era post covid» presentato al Cibus 2021 di Parma durante il convegno «La filiera delle bevande analcoliche, rischi e opportunità» organizzato da Asssobibe, associazione di Confindustria che rappresenta le aziende produttrici di bevande analcoliche, e Confagricoltura. Il lavoro evidenzia inoltre come il balzello toglierà liquidità alle imprese che avranno meno risorse da investire. «Un trend nefasto che affosserà la ripresa e il ritorno ai consumi pre-Covid previsti a fine biennio 2022-2023» spiega Giangiacomo Pierini, presidente Assobibe.

Giangiacomo Pierini, presidente Assobibe

Da non dimenticare che l’imposta, in vigore dal 1° gennaio 2022, porterà a un aumento del 28% della fiscalità, metterà a rischio oltre 5mila posti di lavoro, 250 milioni di approvvigionamenti sul mercato italiano e porterà a una flessione del 17% delle vendite di soft drink nel mercato domestico e del 9% nei consumi fuori casa secondo i calcoli di Nomisma. «La sugar tax - aggiunge Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura - rischia inoltre di dare il colpo di grazia al comparto saccarifero nazionale, già fortemente danneggiato dalla liberalizzazione delle quote, che ha contribuito alla decimazione del numero di imprese e di zuccherifici. Sarebbe piuttosto opportuno individuare misure che siano adeguate ed effettivamente funzionali all’obiettivo di garantire la salvaguardia della salute e del benessere».

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Va dritto al punto Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, che rimarca: «La sugar tax è basata su un principio discriminatorio e questo è il primo motivo per cui ne chiediamo l’abolizione. Parte dall’assunto che esistano cibi salubri e cibi insalubri per cui questi ultimi andrebbero, in questo caso, tassati. Eppure non esistono cibi buoni o cattivi ma solo diete e stili di vita equilibrati e non equilibrati. Tra l’altro - continua il presidente di Federalimentare - con il pretesto di difendere la salute delle persone, le istituzioni vogliono solo fare cassa. Nei paesi dove la sugar tax è stata introdotta, infatti, non ci sono stati grandi risultati con la conseguenza che Danimarca, Norvegia e Islanda l’hanno rimossa perché inutile per la salute del consumatore e dannosa per l’economia del paese». Vacondio ricorda che da anni «le nostre imprese sono impegnate nella sottoscrizione di protocolli con il ministero della Salute che hanno portato a una riduzione dello zucchero sul mercato del 27%, lo stesso risultato ottenuto nel Regno Unito con la tassa. Questo senza contare che i consumi di bevande zuccherate in Italia sono tra i più bassi nei Paesi Ue e in contrazione del 25% da 10 anni».

A rischio non solo le bibite ma anche la filiera dei succhi di frutta italiani «aprendo la strada al Nutriscore, il sistema di etichettatura basato esclusivamente su quantità standard di assunzione, senza tenere conto della qualità e della tipicità di bevande e cibi» aggiunge Giansanti. «Lo scenario che ci attende nei prossimi mesi è molto incerto a causa degli effetti della pandemia – conclude Pierini –. L’aggiunta della nuova tassazione produrrà ulteriori effetti negativi sul mercato e questi si possono evitare con un ripensamento del Governo. Non possiamo permettere che una tassa, che come dimostrato nei paesi in cui è in vigore non ha reali effetti benefici per la salute, affossi completamente un settore economico radicato su tutto il territorio nazionale, ricco di Pmi fortemente collegate alla filiera nazionale e di prodotti espressione del made in Italy come le aranciate, limonate, gassose, cedrate, spume, chinotti e altro. Le imprese chiedono interventi per essere aiutate a uscire dalla crisi e recuperare i livelli pre pandemia, senza ulteriori nuovi ostacoli. In due parole, lasciateci lavorare per non scomparire».

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