Cassazione

No Tav processo da rifare: violenza per reazione ai lacrimogeni

di Patrizia Maciocchi


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(Ansa)

2' di lettura

Per i disordini in Val Susa contro la linea ad alta velocità Torino Lione, va valutata la non punibilità dei no tav per aver reagito ad un lancio abusivo di lacrimogeni da parte delle forze dell’ordine. La Cassazione (sentenza 41246) ha, parzialmente, annullato la decisione della Corte d’Appello nei confronti di tre no tav, condannati per reati che vanno dal danneggiamento alla violenza contro pubblici ufficiali, tutti commessi il 3 luglio 2011, in una zona di Chiomonte. Per uno di loro si profila anche l’attenuante di aver agito sull’onda della folla in tumulto. I giudici della sesta sezione penale, pur confermando che la partecipazione era finalizzata ad uno scontro con la polizia, affermano che la Corte d’Appello non ha dato risposte agli interrogativi e alla tesi della difesa, supportata da testimonianze e Ctu.

La sentenza

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La reazione a un fatto ingiusto - E in particolare a quelli che riguardano la possibilità di applicare la causa di non punibilità, che scatta quando un pubblico ufficiale commette atti arbitrari andando oltre le sue funzioni. Nello specifico resta da chiarire se il lancio dei lacrimogeni abbia preceduto l’assalto dei manifestanti, che avrebbero così reagito a un fatto ingiusto, o sia stato successivo e motivato dall’esigenza da parte delle forze dell’ordine di tenere testa ai manifestanti. I giudici hanno invece negato l’attenuante dei motivi di particolare valore morale, chiesta dalla difesa. Per la Suprema corte le motivazioni politiche sono fuori dal raggio d’azione della norma che attenua la pena, se così non fosse - spiega la Corte - dovrebbero meritare un trattamento più clemente tutti gli aderenti agli innumerevoli orientamenti politici, compresi quelli contrari allo spirito della Costituzione o che propagandano la lotta armata. Per finire la Cassazione accoglie anche la tesi della difesa di un ricorrente che escludeva la possibilità dei sindacati della Polizia di Stato di costituirsi parte civile, come invece era avvenuto.

I sindacati di polizia non sono parte civile - La Suprema corte precisa che le varie sigle possono stare in giudizio a tutela della condizione lavorativa e di vita degli agenti sul luogo di lavoro. Diverso il caso della vicenda processuale che si riferisce a fatti delittuosi che non derivano e non sono giustificati dalla violazione di norme poste a tutela dei lavoratori e dell’ambiente di lavoro, «ma espressione del rischio intrinseco della professione delle forze dell’ordine e del servizio che esse rendono sul territorio dello Stato»

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