premiati medico congolese e attivista yazida

Nobel per la pace contro le violenze sessuali nei teatri di guerra

di Roberto Bongiorni


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L’attivista yazida Nadia Murad (Reuters)

4' di lettura


«Ogni donna stuprata io la identifico con mia moglie. Ogni madre violentata la identifico con mia madre. E ogni bambino vittima di stupro, io lo identifico con i miei bambini. Come possiamo restare in silenzio?»

Era l’inverno del 2014 quando, nell’aula gremita del Parlamento europeo, Denis Mukwege, il ginecologo congolese che ha salvato la vita a decine di migliaia di donne stuprate, riceveva il premio Sacharov tra applausi e lacrime di commozione.
Due anni dopo lo stesso premio il Parlamento europeo lo assegnava ad una giovane donna yazida: Nadia Murad. Lei non era una collega del dott. Denis, era solo una ragazza che, al pari di migliaia di altre, è stata rapita dai miliziani dell’Isis e trasformata in schiava sessuale. Una donna che, una volta libera, ha avuto il coraggio di raccontare, di denunciare, di battersi per le altre. E non ha mai smesso di farlo.

Le motivazioni del premio
Oggi il dott. Denis, 61 anni, e Nadia, 25 anni, hanno vinto, insieme, il premio più prestigioso per chi combatte a favore della pace: il Nobel. L’annuncio è stato dato nel Norwegian Nobel Institute di Oslo. Che nella motivazione si sofferma sui «loro sforzi per mettere fino all'uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati».«Denis Mukwege è l’uomo che ha aiutato (the helper) , che ha dedicato la sua vita a difendere queste vittime. Nazia Murad è la testimone (the witness) , che racconta degli abusi perpetrati contro di lei e le altre donne yazide», spiega il comunicato, che aggiunge: «Ognuno di loro, a suo modo, ha contribuito a dare grande visibilità alla violenza sessuale usata come strumento di guerra,in modo che i responsabili possano rispondere delle loro azioni».

Il «medico che ripara le donne»

Nella martoriata Repubblica Democratica del Congo, e soprattutto nella regione del Kiwu orientale, dove lavora il dott. Mukwege, la guerra non è mai finita. Sarebbe una regione splendida, affacciata sui grandi laghi, con alle spalle una foresta rigogliosa, la terra rossa e fertile, e un sottosuolo che nasconde diamanti, oro, metalli ricercati. Ma il Kiwu è anche teatro di una guerriglia tra milizie rivali, in cui è coinvolto l’esercito congolese, determinate ad estendere il controllo sulle ricche risorse minerarie.
Lo spiega anche Mukwege. «Qui lo stupro è usato come un’arma di guerra Attraverso gli stupri di massa le milizie cercano di controllare le risorse del paese».
Nell’ospedale Panzi, da lui stesso fondato a Bukawu nel 1988 , Mukwege ha curato, spesso con successo, quarantamila donne vittime di stupri feroci.
Formatasi in Francia come ginecologo, il dott. Denis ha perfezionato tecniche pioniere che riducono, e a volte risolvono, le terrificanti lesioni che sono state inferte a donne, fanciulle ed anche bambine. È un uomo che dedicata alla sua missione tutta la vita, che trascorre in sala operatoria anche 18 ore al giorno.
Ne ha viste di tutte. Lui stesso racconta di aver salvato un neonata di sei mesi con gravissime lesioni causate da uno stupro.
«Il corpo delle donne è divenuto un vero e proprio campo di battaglia. Le conseguenze sono molteplici e toccano la società», insisteva «l’uomo che ripara le donne», così come è stato titolato il documentario uscito nel 2015 del regista belga Thierry Michel . «Lo stupro è una vera e propria strategia - spiegava Mukwege - le violenze sessuali su donne, per lo più giovanissime, sono perpetrate in pubblico, si tratta di riti di violenza collettiva che distruggono sistematicamente le comunità. Infatti, chi subisce e chi assiste impotente alle violenze poi fugge dai villaggi, abbandonando tutto quello che ha, per la vergogna». Il Dotto Denis non ha solo curato, ma ha spesso anche denunciato: governi corrotti, feroci capi milizie, uomini violenti. E spesso è costretto a vivere sotto scorta armata.

La giovane Murad, da schiava sessuale dell’Isis ad attivista
Al pari del dott. Denis, Murad è anche lei un simbolo. È la ragazza che ha dato voce alle almeno tremila donne yazide violentate dagli spietati miliziani dell’Isis Lo ha raccontato anche nella sua autobiografia – “l’ultima ragazza” -, un racconto lucido in cui la protagonista non ometta nulla delle continue barbarie subite. Affinché il mondo sapesse.
La vita di Murad si è spezzata nel 2014, quando l’esercito dei terroristi guidati da Abu Bakr al-Baghdadi , nella sua inarrestabile avanzata, invadeva il villaggio di Kocho, nell’Iraq settentrionale. Gli uomini con la lunga barba e le bandiere nere uccisero subito gli adulti maschi del villaggio, fecero scomparire le anziane e rapirono le ragazze. Con loro anche Murad. Al pari delle altre, divenne presto una schiava sessuale, senza alcun diritto. Continuamente umiliata, brutalizzata, stuprata anche in gruppo. Murad ebbe la fortuna e la forza di fuggire dalla sua casa prigione di Mosul, la seconda città dell’Iraq liberata dall’Isis lo scorso anno.
E una volta fuggita Murad ha cominciato a raccontare, vincendo un’altra battaglia: quella contro la vergogna, e contro la paura di ritorsioni. Si è trasformata in un’accesa attivista. Mossa da un duplice obiettivo; divulgare lo sterminio di massa contro la comunità yazida, e veder processati i suoi aguzzini. Come Abu Omar, il famigerato Barba Bianca. Una prima vittoria l’ha già
ottenuta. Se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha creato un team investigativo per raccogliere le prove dei crimini dell’Isis, questo lo si deve anche al coraggioso contributo di Murad.

Il premio sarà presentato ad Oslo il 10 dicembre.

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