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Nodo costi per la Cig, ora più politiche attive

di Claudio Tucci

2' di lettura

Il 2017 si chiude con poco più di 351 milioni di ore di cassa integrazione richieste dalle imprese. Rispetto a un anno prima si registra un crollo del 39,9 per cento. Il calo a doppia cifra interessa un po' tutti i settori economici, industria -39,73%, commercio -34,13%, edilizia 30,05%; e tutte e tre le tipologie di ammortizzatore: significativa la riduzione del 43,18% delle ore autorizzate di cassa integrazione straordinaria (utilizzata per le crisi più complesse). Continuano invece a mantenersi sostenute le domande di Naspi (la mobilità è sostanzialmente uscita di scena): a novembre 2017 sono state inoltrate 209.325 istanze di disoccupazione, più 3,6% rispetto alle 201.977 richieste effettuate a novembre 2016.

La lettura di questi dati amministrativi diffusi oggi dall'Inps evidenzia, certamente, dei segnali di miglioramento del mercato del lavoro: un po' di ripresa c'è, soprattutto nel Nord-Est e Nord-Ovest; e il tiraggio della cassa, vale a dire l'utilizzo effettivo del sussidio, nei primi 10 mesi del 201, si attesta al 33,60% (nello stesso periodo 2016 si viaggiava al 43,71%, nel 2015, al 53,08 per cento).
Se ci sono però crisi che si stanno risolvendo, c'è anche un'altra faccia della medaglia: le nuove e più stringenti regole introdotte dal Jobs act e che, nei fatti, hanno ridotto la durata massima della Cig (24 mesi nel quinquennio mobile, elevabili in casi particolare a 36 mesi) e, soprattutto, l'hanno resa più costosa per gli imprenditori che la utilizzano. Ebbene, sul crollo delle ore autorizzate dall'Inps, è molto probabile che pesino pure questi "disincentivi" normativi. Non a caso, la legge di Bilancio 2018 ha introdotto alcune deroghe al nuovo assetto degli ammortizzatori sociali, consentendo, quest'anno, di poter prorogare fino a 12 mesi la Cigs per crisi complesse o se si coinvolgono aziende di rilevanza nazionale.

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Insomma, il mercato del lavoro è in una fase delicata, e strettamente legata al ciclo economico-produttivo. Quello che manca è il completamento del Jobs act: vale a dire il decollo delle politiche attive per dotare il nostro paese di un sistema coerente di ammortizzatori e formazione che tuteli le aziende (costi e tempi certi) e al tempo stesso favorisca la ricollocazione del lavoratore (che altrimenti rischia l'esubero). Su questo fronte, le parti sociali avevano visto lungo, stilando un documento comune già a settembre 2016. Che il governo, però, finora, ha attuato solo in parte.

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