La professione in emergenza

«Noi consulenti del lavoro in quarantena con il telefono sempre acceso»

Come si lavora (e si vive) nell’epicentro dell’emergenza: la cronaca di un mese vissuto in lockdown con l’attività che non conosce pausa

di Valeria Uva

(AdobeStock)

2' di lettura

«Dal primo marzo ho avuto bisogno di andare in studio una sola volta per prendere pochi documenti rimasti su carta e fare una maxi scansione. Per il resto sono chiusa in casa, con il telefono che squilla dalle sette del mattino alle 23». Dall’altro capo, artigiani e imprenditori, confusi, incerti, in cerca di bozze, di notizie e moduli per avviare la cassa integrazione o semplicemente sapere se si può restare aperti o no.

Da più di un mese la vita e l’attività di Laura Ferrari, 36 anni, consulente del lavoro a Clusone (Bergamo), zona epicentro dell’epidemia di coronavirus, sono del tutto stravolte.

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In questo mese ha perso il nonno; ha un padre ammalato e lei stessa, con il marito e una bimba di 5 mesi, è finita in quarantena. Ma non ha neanche il tempo di fermarsi a pensare e ha scelto la strada del pragmatismo. «Se il consulente del lavoro si blocca i lavoratori non ricevono la busta paga e non partono le domande di cassa integrazione, che da queste parti sono tantissime», ricorda a se stessa prima di tutto.

Proprio la sua recente maternità è stata, in un certo senso, la sua fortuna: «Quando è arrivata questa emergenza ero già abituata a lavorare da casa per la nascita della bimba e avevo già gran parte dei documenti smaterializzati». Non è stato così per tutti: «Penso ai molti miei colleghi con studi “storici”, magari ereditati: hanno archivi per forza di cose ancora cartacei».

Ma organizzarsi stavolta non è stato facile. Ai primi segnali di difficoltà Ferrari ha chiuso lo studio, comprato tre pc («uno per ogni impiegata») e una stampante («l’importante è che abbia un buono scanner») e ha riorganizzato tutta l’attività quotidiana: due videoriunioni al giorno su Zoom con le collaboratrici come unici appuntamenti fissi, la prima per analizzare le novità e districarsi tra decreti, circolari e modulistica, l’altra per fare il punto sull’avanzamento del lavoro, una to-do-list in excel con le crocette per ogni stato di avanzamento e per non perdere alcun passaggio.

Con le dipendenti si lavora per obiettivi, senza guardare l’orologio: «Non sarebbe possibile, hanno anche loro persone malate e figli a casa da più di un mese, senza l’aiuto dei nonni. Serve fiducia». E aggiunge: «Certo lo smart working dà supporto, ma andrebbe organizzato per tempo». Il vero rammarico? «La mancata semplificazione delle procedure. Almeno nelle zone più colpite era necessario uno sforzo in più: anche trovare una firma per gli accordi sindacali qui non è facile: anche noi, i nostri collaboratori e clienti, non siamo immuni e spesso la malattia è un ostacolo concreto».

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