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«Noi ex addetti salviamo così l’occupazione e il know how»

di Giovanna Mancini

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

I due bandi emanati negli ultimi anni dalla Regione Lombardia per incentivare operazioni di Workers Buyout (ovvero l’acquisizione e rilancio di un’azienda in crisi da parte di alcuni ex dipendenti di questa stessa impresa) non hanno ottenuto probabilmente il successo sperato. Il primo, da 10 milioni di euro, risale al 2019 (con una proroga al giugno 2020 per rispondere all’emergenza Covid 19) ed è stato gestito dall’assessorato alle Attività economiche attraverso la finanziaria regionale Finlombarda. Il secondo, aperto nell’aprile del 2021 e chiuso nel giugno 2022, ha invece interessato l’assessorato al Lavoro, trattandosi di 15 milioni stanziati a favore dell’assunzione di lavoratori destinatari delle politiche attive regionali.

Eppure, il fenomeno del Workers Buyout (Wbo) sta crescendo anche in Lombardia, come in tutto il Paese come dimostrano i dati dell’ultimo Rapporto di attività di Cfi-Cooperazione Finanza Impresa, la finanziaria partecipata dal ministero per lo Sviluppo economico che promuove la nascita e lo sviluppo di imprese cooperative. Con 4,9 milioni di euro di interventi stanziati nel periodo 2019-2021 (il 15% del valore complessivo nazionale), la Lombardia è infatti seconda solo all’Emilia-Romagna e supera Basilicata, Umbria, Veneto e Sicilia, le altre regioni particolarmente interessate da questo fenomeno nel periodo considerato. Un valore peraltro in crescita rispetto ai 2,8 milioni di euro (l’11% del totale) stanziati per la Lombardia nel triennio precedente.

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Un aumento in parte legato al Covid, che ha inevitabilmente fatto crescere il numero di aziende in crisi, in parte però anche a una serie di interventi legislativi e finanziamenti statali che hanno reso più efficace la legge Marcora, che regola le politiche di salvaguardia dell’occupazione attraverso il recupero delle aziende in crisi, come spiega il presidente di Cfi, Mauro Frangi.

«Il numero dei Wbo dipende ovviamente dalla consistenza del tessuto imprenditoriale di un territorio e dall’efficacia del modello cooperativo – osserva Frangi –. Questo spiega in parte i valori della Lombardia dove, secondo i dati forniti dalla Regione, attualmente risultano attive sul territorio oltre 8400mila aziende. «Il fattore statistico ha sicuramente una sua influenza, ma non può essere sufficiente a spiegare la prevalenza di Wbo in Lombardia rispetto ad altre regioni – osserva Raffaele Fabozzi, docente di Diritto al lavoro all’Università Luiss di Roma –. Entrano in gioco sicuramente anche fattori sociali, culturale e ambientali: si tratta di un territorio in cui è più facile, per i dipendenti che hanno fatto l’operazione, trovare una rete di fornitori e i canali finanziari per rilanciare l’azienda».

«Inoltre, operazioni di questo genere sono più semplici da realizzare quando si tratta di imprese piccole o medie, un modello che in questa regione è molto diffuso e radicato», aggiunge Frangi. Non a caso, i Wbo incentivati attraverso i fondi della Marcora nel periodo 2019-2021 hanno visto protagoniste proprio piccole realtà, per un totale di 70 dipendenti, e sono legati per lo più a crisi aziendali, mentre solo in un caso la cessione è stata causata da un mancato passaggio generazionale.

«Il tema del passaggio generazionale è una delle priorità su cui vorremmo lavorare in futuro – aggiunge il presidente di Cfi –. La penultima Legge di stabilità ha previsto interessanti incentivi fiscali per gli imprenditori che, in assenza di tale passaggio, decidono di cedere l’azienda ai propri dipendenti, ma anche per i lavoratori che investono il proprio Tfr per rilanciarla. Purtroppo mancano ancora i decreti attuativi, ma la legge è fatta, perciò sono fiducioso che presto sarà operativa e permetterà a questo strumento di rafforzarsi».

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