LE STORIE

Noi, giovani italiani, vi spieghiamo cosa ci ha dato in più la Germania

di Alberto Magnani

(AFP)

4' di lettura

«Non posso parlare della Germania in blocco, conosco solo la mia esperienza. Dove sto facendo lo stage io sono tutti giovani, i miei capi hanno poco più di 30 anni. Anzi, le mie cape: sono entrambe donne». Miriam Bulbarelli, 25 anni, è entrata nel mondo della cooperazione dopo la laurea in scienze politiche alla Freie Universität, il più grande ateneo berlinese. Non ama le generalizzazioni sulla Germania («Non è sempre un idillio»), ma sa bene cosa le è stato offerto quando ha deciso di trasferire studi, stage e prospettive fuori dall'Italia: università gratuita (la Freie non fa pagare tasse per buona parte dei corsi), tirocini retribuiti (alcuni, incluso il suo, prevedono il salario minimo nazionale) e la sensazione che «si possa fare il lavoro per cui si è studiato».

Miriam, 26 anni: da Roma a Berlino per lavorare nella cooperazione
Dopo la laurea triennale alla Luiss di Roma, Miriam ha messo a frutto risultati accademici e buona conoscenza del tedesco per volare a Berlino. Si è specializzata in politica economica e lavora al Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit, per comodità Giz, l'agenzia governativa per la cooperazione internazionale. Forse in Italia la sequenza non sarebbe stata così ovvia, se si considera che solo il 50% dei laureati giudica «efficace» il titolo di studio triennale e magistrale rispetto alla carriera conseguita sul campo.
In Germania le cose vanno un po' diversamente, anche a giudicare da un tasso di disoccupazione giovanile schiacciato al 6,5%: uno tra i valori più bassi della zona Ocse e un miraggio per l'Italia, che ha “migliorato” i suoi standard con il tasso del 35,5% registrato a luglio. Senza contare un divario nelle retribuzioni che può permettere a un giovane locale di essere pagato fino 16mila euro in più nei contratti di ingresso rispetto a quello che sarebbe offerto nella Penisola.

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Giacomo, 32 anni: in Italia ci trascurano, qui si può fare ricerca
Non è un caso che università e aziende tedesche attirino sempre più connazionali, a maggior ragione sotto ai 35 anni. La Germania è in cima alla lista delle mete di destinazioni dei 114mila italiani volati oltre i confini nel 2016 secondo il Dossier statistico immigrazione dell'Idos, ma soprattutto ha convogliato su di sé il 12% dei nostri laureati che lavorano fuori dall'Italia: una quota superiore alla Francia (10%) e seconda solo al Regno Unito (19%). Anche se ora, complice la Brexit, l'ago della bilancia potrebbe pendere sempre più verso i Landër tedeschi e le condizioni offerte a chi importa competenze nei suoi confini. Giacomo Rugge, classe 1985, è arrivato a Heidelberg, nel Baden-Württemberg, per fare ricerca in diritto internazionale. Dopo la laurea in giurisprudenza alla Cattolica di Milano, la via della carriera accademica sembrava ostruita da scarsità di fondi, borse minime (o non retribuite) e prospettive di crescita troppo vaghe per essere considerate fino in fondo.

Non è andata così: ora è in forza al Max Planck Institute for Comparative Public Law and International Law, un istituto di ricerca e consulenza sul diritto europeo, ha «uno stipendio vero», un ufficio personale e un contratto di lavoro a tutti gli effetti. Senza contare servizi e tutele complementari, dall'accesso a una biblioteca che ospita 645mila volumi alla copertura sanitaria. «Qui considerano aspetti che in Italia sono trascurati. Io ad esempio parlo quattro lingue, ma non sembrava essere valutato da noi – spiega Rugge – E le condizioni sono migliori: lavoro e pago le tasse, l'ambiente è internazionale, hai stimoli di continuo». Non tutti gli istituti divulgano le retribuzioni, ma in alcuni centri di ricerca gli stipendi mensili netti si aggirano sopra i 2mila euro. Di base, circa 1000 euro in più di quanto guadagna in media un laureato italiano a cinque anni dal titolo (1.153 euro secondo dati AlmaLaurea).

Gianmarco, 29 anni: i titoli premiano, ma bisogna accettare compromessi
Gianmarco Nalin, 29 anni, è un ricercatore di fisica molecolare alla Johann Wolfgang Goethe Universität di Francoforte. Dopo gli studi in ingegneria dei materiali tra Padova e il Politecnico di Milano, si è spostato prima in Svezia e poi in Germania, dove vive e lavora tuttora. L'esperienza tedesca gli ha fatto conoscere da vicino luci e ombre di un sistema che «a volte viene esaltato troppo, in maniera caricaturale. Ma ha i suoi limiti». A partire da uno familiare anche ai connazionali rimasti in patria: il peso del fisco sulle proprie entrate. «Con alcune borse di studio ci si può trovare a percepire anche meno di quello che è previsto in Italia – spiega - E di questo andrebbe tenuto conto, quando si fanno paragoni sulle remunerazioni lorde che si percepiscono qui».

Nel suo complesso, però, il sistema tedesco tende a riconoscere e premiare la formazione: i titoli acquisiti non sono voci in curriculum ma un investimento che dà i suoi frutti, anche a livello retributivo. «Una buona parte dei manager, qui, ha un titolo di dottorato – sottolinea – E continuano a formarsi nel corso della carriera, con corsi ad hoc». Il meccanismo fa sì che gli studi vengano dilatati negli anni, anche se i paletti sono abbastanza rigidi: a un certo ambito di studi corrisponde una certa carriera. E la scelta va pesata con attenzione. «Uno può permettersi di investire tempo nell'istruzione, ma bisogna fare compromessi – dice Nalin - Devi essere direttamente “proiettato” su un certo indirizzo. Insomma, se investi tanto su un titolo poi raggiungi lo status. Ma, appunto, devi investire».

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