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«Noi siamo quelli dell’Europa»: la “svolta” macroniana e antipopulista di Renzi

di Emilia Patta

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Il segretario del Pd Matteo Renzi ha chiuso l’ottava edizione della Leopolda


4' di lettura

«Noi siamo ontologicamente diversi dal M5S e dalla destra. Noi siamo quelli dell’Europa, non quelli che vogliono uscire dall’euro o che propongono la doppia moneta». È la prima volta che Matteo Renzi pronuncia parole così chiare in favore dell’Europa. Certo, è un’Europa da cambiare e da rinnovare. Ma non è più il tempo degli attacchi agli euroburocrati e all’Europa degli zero virgola. È il tempo dell’asse con la Francia di Emmanuel Macron contro tutti i populismi, a cominciare da quelli nostrani del M5S e della Lega attaccati in questi giorni anche per l’uso disinvolto delle fake news.

«Rifiuto l’idea che il futuro dell’Europa sia talmente deresponsabilizzante da far decidere a una monetina – dice il leader del Pd in una stazione Leopolda mai così affollata riferendosi al sorteggio sull’Ema che ha penalizzato Milano in favore di Amsterdam -. E oggi il riferimento per la nostra idea di Europa è Macron. Se riuscirà a mettere insieme superamento dell’austerità, riforma della governance e lotta ai populismi».

Quello che colpisce di questo Renzi versione Leopolda numero 8, la prima dopo la sconfitta al referendum costituzionale dello scorso anno, è proprio la “svolta” europeista. L’inventore della rottamazione e del #cambioverso sembra aver dismesso i vecchi panni per indossare quelli del riformatore per così dire tranquillo: il Pd, con i suoi alleati, come grande forza al tempo stesso moderata e rinnovatrice (Macron stesso, incontrato all’Eliseo appena una settimana fa, parla di «rifondazione» dell’Europa); il Pd come unico argine al salto nel buio rappresentato dai diversi populismi del M5S e della destra lepenista-leghista.

D’altra parte non è più il tempo degli assalti al cielo. Renzi stesso invita i suoi a riportare all’ora presente l’orologio rotto della Leopolda, fermatosi qualche giorno prima del 4 dicembre scorso. E li esorta a guardare in faccia la realtà: quella del fallimento del tentativo di ammodernare e semplificare il sistema politico e istituzionale italiano. Certo, ammette, «di fronte alla crisi europea – che vede anche la grande Germania interrogarsi sulla crisi della democrazia - molti di noi pensano “ah, se fosse passato il referendum”». Perché è chiaro che solo la Francia di Macron, con il sistema del doppio turno, resta un modello di democrazia decidente pur in presenza di partiti deboli come quelli attuali. Mentre la Spagna e la Germania, e forse anche l’Italia tra breve, disegnano uno scenario pericolosamente caotico.

Ma tant’è, il nuovo quadro politico è quello con il quale il Pd deve confrontarsi. E nel nuovo quadro la vocazione maggioritaria deve cedere il passo alle alleanze tradizionali, la costruzione delle quali Renzi ha delegato a Piero Fassino anche per ammissione di suoi limiti caratteriali a riguardo. Il leader del Pd si limita a ribadire che gli alleati «avranno pari dignità» e che «chi non vuole stare con noi avrà il nostro rispetto, non il nostro rancore». Ma una volta chiuso il perimetro – dai centristi di Casini alla sinistra di Pisapia, con i bersaniani di Mdp fuori - «bisogna inserire la modalità campagna elettorale: non parliamo più delle alleanze, di chi ci sta e chi non ci sta, ma delle cose concrete che interessano alla gente».

Già, il programma. Il punto è che dopo aver tanto fatto e tanto anticipato è difficile trovare nuove battaglie da condurre. Lo ammette lo stesso Renzi quando cita Kafka (una citazione rubata a Gianni Cuperlo, specifica): «A scegliere il futuro prima del tempo si rischia di vivere un presente assonnato». Troppe riforme messe in campo, troppe e tutte insieme, fino al fallimento del 4 dicembre scorso. «E ora è difficile rimettersi in moto con la grinta di prima», ammette Renzi.

Tuttavia dalla Leopolda la barra del riformismo è uscita intatta: le riforme dei mille giorni, a cominciare dal Jobs act che ha creato 986mila posti di lavoro, non si toccano. E in un momento i cui un pezzo di sinistra, ormai alternativa al Pd, si appresta a scendere in piazza per chiedere la reintroduzione dell’articolo 18 non è poco. «Dicono che servono più contratti a tempo indeterminato. Bene, chi ha idee migliori delle nostre si faccia avanti. Il futuro è una pagina bianca da scrivere insieme», dice non senza provocazione Renzi.

Barra del riformismo dritta e asse europeista e antipopulista con Macron. Queste, per ora, le due direttrici del Pd nella nuova versione post-referendaria e dialogante con gli alleati del costituendo nuovo centrosinistra (è anche la prima volta, a questo proposito, che alla Leopolda si sente un ringraziamento per il padre dell’Ulivo Romano Prodi «per il grande aiuto che ci sta dando»). Basterà ad arrivare primi alle prossime elezioni (che a vincere, con il nuovo sistema a base prevalentemente proporzionale, non ci crede nessuno al di là di qualche frase di propaganda)? Difficile dirlo ora, a campagna elettorale ancora tutta da giocare. Ma per il Pd di Renzi, dopo cinque anni di governo e dopo la sconfitta referendaria, non ci sono molte alternative.

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