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Nomadi digitali, manca un quadro normativo di riferimento

Il fisco resta il nodo principale. I remote workers: regole uniche nella Ue

Nomadi digitali, l'Italia tra servizi e norme ad hoc

2' di lettura

«Tenere la residenza fiscale in un posto e pagare le tasse per servizi di cui non usufruisci, vedendo il tuo stipendio dimezzarsi, non ha senso. Per un nomade digitale questo è il problema più grande». Piera Mattioli, 31 anni, diventata digital nomad come tanti in seguito alla pandemia, racconta di un mondo non ancora pronto a un cambiamento strutturale della società.

Dal Covid non si torna più indietro: sta cambiando la percezione del lavoro, dove il benessere mentale torna a essere di primaria importanza, ma con esso sta cambiando anche il concetto di ricchezza, rappresentato non più dalla proprietà immobiliare, ma dalla ricchezza dell’esperienza umana. Tant’è che, accanto ai coworking ampiamente usati dai remote worker, sta crescendo la richiesta di coliving: «A Madeira ce ne avevano consigliato uno e abbiamo deciso di provare – racconta Davide Benaroio, nomade digitale insieme alla sua fidanzata –. È molto bello perché ti permette di cenare o cucinare insieme agli altri, di vivere la normale quotidianità, senza dover per forza uscire tutte le sere o fare qualcosa di particolare».

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Ma non solo turismo: lavorare da pc ribalta il concetto di migrazione per necessità lavorative. «Per me – spiega Piera – significa anche questo, non dovermene andare dall’Abruzzo perché qui mancano opportunità di lavoro. Avere la possibilità di stare vicino alla mia famiglia senza aver bisogno di prendermi una vacanza». Oppure, rappresenta un’ottima occasione per riscoprire le proprie radici: «Il mio bisnonno era italiano – racconta Brenda Castro, argentina di discendenza italiana – quindi ho la doppia cittadinanza. Dopo il Covid ho deciso di sfruttare il fatto che l’azienda continuasse a permettere il lavoro da remoto, e sono venuta Italia. Dove rimarrò, visto che ho trovato un impiego che mi soddisfa di più».

Una risorsa importante insomma, quella dei nomadi digitali, che se sfruttata bene può portare grandi benefici al territorio, aiutando a contrastare lo spopolamento di aree economicamente meno attrattive e attirando allo stesso tempo profili specializzati. «Se lo si guarda come fenomeno evolutivo – commenta Alberto Mattei, presidente Associazione Italiana Nomadi Digitali – si può iniziare a progettare, ma serve un approccio legislativo, un comitato tecnico-scientifico che studi flussi migratori, abitazioni, i risvolti economico-commerciali, il fisco e le tasse. Sarebbe bello creare un osservatorio europeo».

L’approccio comunitario è chiesto a gran voce dai remote workers europei, soprattutto per le questioni fiscali. «Ci sono nomadi digitali – spiega Piera – che fanno scelte drastiche e si tirano fuori da ogni sistema, togliendo la residenza fiscale e smettendo di pagare le tasse. Ma è una scelta rischiosa, perché se un domani cambi idea e vuoi comprare casa, ti trovi senza dichiarazioni dei redditi. Ci dovrebbe essere un sistema per cui, almeno nell’Ue, io possa pagare le tasse nel Paese in cui soggiorno per il tempo che vi soggiorno: se passo quattro mesi in Italia e poi sei in Spagna, pago le tasse per quattro mesi qui e per sei mesi in Spagna. Sarebbe più giusto».

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