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Nomadi digitali, Sud Est asiatico vincente per prezzi e connettività

Il fenomeno, esploso con la pandemia, vede sempre più professionisti spostarsi oltre i confini nazionali. La scelta deve tenere conto del costo della vita e del collegamento alla rete

di Margherita Ceci

Nomadi digitali, l'Italia tra servizi e norme ad hoc

6' di lettura

Li chiamano digital nomad e si calcola siano 35 milioni, per lo più professionisti specializzati e con alti livelli di istruzione (laurea, master o dottorato). Professionisti che sfruttano la possibilità di lavorare con un computer per conoscere nuovi paesi e riappropriarsi di una vita che non si esaurisce più con l’orario di lavoro. Il fenomeno, già presente da anni, ha ricevuto un boost importante a seguito della pandemia, e difficilmente si arresterà.

Il numero viene fuori da una ricerca di “A brother abroad” – sito che si occupa di dare supporto e condividere esperienze con altri nomadi digitali – che ha analizzato 63 statistiche e oltre 4mila risposte a sondaggi effettuati nelle diverse comunità di nomadi digitali di lingua inglese in tutto il mondo. «Sono statistiche non ufficiali – spiega Alberto Mattei, presidente dell’Associazione italiana nomadi digitali – perché sotto il termine “nomade digitale” vi si può riconoscere chiunque. Ognuno si sposta per motivi vari e ha necessità diverse: chi viaggia con la famiglia, chi da solo, chi per periodi brevi e chi lunghi. Ma anche chi dai grandi centri urbani cerca la tranquillità e, viceversa: non c’è un’urgenza unica, ci sono tante esigenze».

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L ’unica cosa certa, insomma, è che si tratti di un fenomeno trasversale in continua crescita. Per il resto, del nomadismo digitale non si hanno studi compositi o banche dati: mancano censimenti sul numero di persone coinvolte, sulle mete più o meno ricercate, sulla tipologia di viaggiatori. Quanti si muovono da soli, e quanti con la famiglia? Quali fattori influenzano di più la scelta di un Paese? E il tempo di permanenza medio, qual è?

Qualche dato

Ad accomunare tutti è, innanzitutto, la necessità di una connessione stabile e veloce. Possibilmente unita a un costo della vita moderato e a soluzioni abitative non troppo dispendiose. I dati dell’International Telecommunication Union (Itu) delle Nazioni Unite confermano la già nota superiorità del Sud-Est asiatico: i numeri 2021 sull’utilizzo della banda larga internazionale parlano di 403 Tbit/s (il terabit per secondo è un’unità di misura che indica la capacità di trasmissione dei dati su una rete informatica) per la regione Asia-Pacifico, a fronte dei valori ben minori del resto del mondo (per le Americhe e l’Europa si registrano rispettivamente a 204 e 180 Tbit/s).

Ma quanto costa questa iper-connessione? Non così tanto come si potrebbe pensare: a Hong Kong per esempio, un piano mensile mobile ad alto consumo parte da circa 11 euro, mentre quello fisso si aggira intorno ai 22. Prezzi non troppo distanti in Indonesia (otto euro per il telefonino, 24 per il fisso) e Thailandia (17 e 20), più alti invece a Singapore, dove la linea fissa arriva a 35 euro, e in Sud Corea, che vede la linea mobile a 24 euro e la fissa a 31. Paesi che performano bene anche nel Big Mac index, l’indicatore che confronta il costo di un panino McDonald nei vari Stati: sia Indonesia che Hong Kong rimangono sotto i tre euro, mentre Tailandia e Corea del Sud li superano di poco. Costi contenuti anche in Giappone, Estonia e Messico. Stravolgono la situazione i dati immobiliari. Gli affitti a Singapore raggiungono cifre esorbitanti: dai 2.200 ai 2.750 euro al mese, a seconda della tipologia di appartamento, per le città in zone centrali, dai 1.800 ai 2.337 euro per le zone più dislocate. Sul fronte opposto l’Argentina, che pur performando meno bene dei Paesi asiatici per quanto riguarda la connettività, offre ottimi prezzi negli affitti, che vanno dai 230 ai 290 euro al mese per appartamenti nelle città più grandi. Bene anche Malta, Indonesia e Grecia.

Le opportunità

Nonostante le mete più o meno esotiche tuttavia, non si tratta solo di un fenomeno turistico. Come spiega Mattei, «non è una moda passeggera ma un fenomeno evolutivo». «I nomadi digitali – dice – vengono visti come giovani viaggiatori che si spostano, invece si tratta il più delle volte di professionisti qualificati che sfruttano la possibilità di lavorare grazie al proprio computer. Professionisti che, per esempio, vengono qui in Italia e spendono soldi in settori che appartengono alla vita quotidiana, non nei settori turistici. Il motivo è anche economico: se devo fermarmi per sei mesi o un anno, non posso spendere 70 euro a notte come farei invece per una vacanza».

Un fenomeno potenzialmente in grado di cambiare un territorio, come accaduto nel Sud-Est asiatico, dove la creazione di comunità occidentali con diversa capacità di spesa rispetto a quelle locali, e il conseguente aumento della domanda di case, hanno spinto in su i prezzi. Cambiamento non sempre positivo: in Messico, meta ambitissima dai nomadi digitali, proprio il crescente numero di quest’ultimi sta causando una forte gentifricazione, con conseguente nascita di movimenti di protesta.

C’è anche però chi punta sui remote worker per ripopolarsi, come l’Estonia, che vuole attrarre professionisti “senza fissa dimora” e dalle grandi competenze digitali per inserirli nel territorio e dare una spinta alla propria economia. Non a caso, si tratta di uno dei primi Paesi europei ad aver introdotto un visto specifico per questa categoria di persone, regolarizzando così un fenomeno che mancava di legislazione (il visto turistico infatti, normalmente utilizzato dai digital nomad, non permetterebbe di lavorare).

Il focus su alcune mete

Indonesia
Località già molto ambita per clima e basso costo della vita, è diventata porto sicuro per i digital nomad grazie alle numerose comunità presenti e al passaparola; ora, l’Indonesia ha deciso di rendersi ancora più attrattiva per i remote worker, grazie al visto speciale per nomadi digitali annunciato dal ministro al Turismo, Sandiaga Salahuddin Uno, che permetterebbe di prolungare il soggiorno fino a cinque anni senza dover pagare alcuna tassa sulle entrate (mentre di norma passati sei mesi è necessario spostare la residenza fiscale).
Secondo il ministro, questa soluzione, unitamente agli eventi sportivi e al turismo ecologico offerti dall’arcipelago, potrebbe portare 3,6 milioni di viaggiatori e dare lavoro a un milione di indonesiani.

Thailandia
Chiang Mai, città nel nord del Paese, è famosa per la sua grande comunità di digital nomad. Non a caso, proprio qui è nato il Nomad Summit, la più grande conferenza di nomadi digitali, lavoratori da remoto e in più in generale chiunque non è vincolato per lavorare a un luogo fisico. Ma più che sulla quantità, la Thailandia punta sulla qualità: il visto Ltr (Long term resident) infatti, permette di prolungare il soggiorno nel Paese fino a dieci anni, ma può essere richiesto – nell’ambito del nomadismo digitale – solo da professionisti che lavorano per «aziende ben consolidate all’estero», con un reddito non inferiore agli 80mila dollari l’anno nei due anni precedenti (o in alternativa superiore ai 40mila; ma allora il richiedente dovrà avere un Masters’s degree).

Hong Kong
Un vero e proprio paradiso digitale per chi lavora da remoto, grazie all’iper-connessione e l’amplissima disponibilità di spazi hi-tech e di coworking. A cui si aggiunge un trasporto pubblico particolarmente efficiente e una regolamentazione snella per quel che riguarda i visti di ingresso (perlomeno turistici, perché al momento non sono in programma visti speciali per digital nomad).
Il costo degli alloggi però raggiunge cifre altissime: nelle zone centrali, si passa dai 2.200 euro di canone medio mensile dei monolocali ai 2.750 dei trilocali. Migliora leggermente la situazione se ci si sposta un po’ fuori: dai 1.800 euro per i mono ai 2.337 per i trilocali. Inoltre, essendo uno dei maggiori centri finanziari mondiali, si tratta a tutti gli effetti di una grande metropoli, dove qualità dell’aria e ritmi frenetici, oltre al clima, potrebbero non invogliare quei professionisti che al contrario cercano una vita lontana dallo stress cittadino.

Croazia
«Croatia, your new office!». «Croazia, il tuo nuovo ufficio»: la frase con cui il sito dell’Ente nazionale croato per il Turismo apre la pagina dedicata ai nomadi digitali più che un motto è una dichiarazione di intenti. L’approccio più che qualitativo è turistico, e non a caso lo speciale visto per nomadi digitali è stato lanciato proprio in seguito alla pandemia, con l’intento di far ripartire un settore in grave crisi. Vale un anno dall’arrivo, e i richiedenti non saranno soggetti a imposta sul reddito; tuttavia, non potranno fornire servizi alle imprese croate.
Ma a ben guardare, non c’è solo il turismo: attrarre digital nomad significa anche avere più consumatori di beni e servizi, oltre che inquilini per tutte quelle locazioni turistiche che durante l’inverno non vengono utilizzate.

Estonia
Negli ultimi 20 anni il Paese ha reso il 99% dei servizi pubblici e governativi accessibili online, e oggi i cittadini estoni possono votare, fare la dichiarazione dei redditi o registrare una nascita da qualsiasi parte del mondo.
Nel 2014 poi, l’Estonia ha lanciato l’E-Residency, un’identità digitale che permette l’accesso a molti dei suoi servizi digitali anche a chi non ha la residenza nel Paese. L’iniziativa, grazie all’allargamento del bacino di utenti, puntava a sostenere la crescita economica e il potenziale di innovazione. Non dava però la possibilità ai titolari di soggiornare nel Paese; ecco che, nel 2020, arriva il visto per nomadi digitali, con validità di un anno. Un’opportunità, per un Paese piccolo che ha bisogno di far crescere la propria economia e trovare nuovi residenti.

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